Ancora una volta, malati che si curano con la cannabis regolarmente fornitagli dall’ASL, vengono fermati, perquisiti, e letteralmente sequestrati per ore, perché trovati in possesso del farmaco Bedrocan.

Questa volta le vittime dell’ignoranza delle forze dell’ordine sono Carlo Monaco del direttivo CIP, ed un suo amico.
Lo scorso 20 giugno, dopo l’audizione alla Camera in commissione Giustizia e Affari Sociali, Carlo e un altro attivista del CIP, venivano fermati verso le ore 20.00 da agenti della Polizia di Stato.

Durante un primo controllo, dove veniva richiesto ai fermati se fossero in possesso di sostanze stupefacenti, i due consegnavano un barattolo di Bedrocan ciascuno, contenenti infiorescenze del farmaco. Veniva inoltre consegnata la relativa documentazione che attestava il diritto alla cura, il ritiro presso l’ASL di competenza, le prescrizioni mediche; oltre a vario materiale informativo che Carlo aveva portato con se in occasione dell’audizione alla Camera, tenutasi lo stesso giorno, relativa appunto al tema della legalizzazione.

I due poliziotti, ignoranti sull’argomento, hanno chiamato rinforzi. Nell’attesa i fermati venivano denudati e perquisiti. Venivano sequestrati i barattoli di Bedrocan contenenti la cannabis e circa 800 euro in contanti (“cassa” della società Canapa-Caffé).
Requisiti anche i telefoni cellulari, sui quali hanno controllato le rubriche, i messaggi e le foto private.

Sospettando che l’autorizzazione per detenere sino a 120 grammi di cannabis a scopo terapeutico fosse “falsa”, gli agenti hanno cominciato a fare indagini e chiamate, mandando pattuglie a controllare le abitazioni dei fermati, dove sono stati rinvenuti altri documenti che attestavano il regolare ritiro del farmaco, ma questo non è bastato e gli agenti hanno proseguito con perquisizioni più approfondite e intime.

Nonostante l’esito negativo di tali controlli, gli agenti hanno proseguito perquisendo, non solo l’abitazione di Carlo e del suo amico, ma anche quella dei genitori dove egli risulta residente. In totale sono stati rinvenuti circa 70 grammi di fiori e foglie appartenenti a Carlo e circa 30 grammi appartenenti al secondo fermato.

Inutile spiegare agli agenti che le ASL non riescono ancora a provvedere alla somministrazione di tutta la cannabis terapeutica necessaria ai pazienti che, spesso,  devono attendere mesi per ottenere il farmaco prescritto. Per tale motivo molti pazienti provvedono diversamente all’approvvigionamento del farmaco che gli spetta di diritto, ma che non gli viene fornito.
Tali spiegazioni sono risultate vane: nonostante i documenti che dimostrano l’uso terapeutico di cannabis (che sia essa auto-prodotta o ricevuta dall’ASL), ai fermati è stato contestato l’Art 73 e l’Art. 187 (Carlo era alla guida di uno scooter).

Durante la perquisizione in casa di Carlo, gli agenti hanno permesso allo stesso di fumare cannabis per scopo terapeutico, come se avessero compreso l’importanza che lui aveva di effettuare la terapia. Peccato che, poco dopo l’assunzione, a Carlo è stato richiesto di sottoporsi alle analisi per indagare l’uso di sostanze stupefacenti.
Speriamo che l’esito delle analisi, sicuramente positivo alla cannabis, non serva ad incastrare ulteriormente una persona assolutamente estranea ad attività illecite, ma che serva anzi a dimostrare la sua innocenza.

Dopo ore di perquisizioni, di corse sfrenate per Roma, di analisi in ospedale, alle 9:00 del giorno successivo venivano prese le impronte dei due fermati, schedati e, finalmente, rilasciati.

Pazienti trattati ancora come criminali, esattamente come successo ad Andrea Tribulati, e come sta succedendo a Fabrizio Pellegrini e a tanti altri. Se queste stesse persone fossero state trovate in possesso di una scatola di qualsiasi altro farmaco, non avrebbero avuto alcuna conseguenza.

Mettere in dubbio la validità di una prescrizione medica e di tutta la documentazione certificata dall’ASL, proseguire per un intera notte alla ricerca del “nulla” mentre chissà quale crimine veniva commesso a Roma, magari a poche centinaia di metri, è inaccettabile.

Non è più una questione di “ignoranza” …e forse non lo è mai stata!

Giuseppe Nicosia – ASCIA

In relazione all’audizione di lunedì 20 giugno in Commissione Giustizia e Commissione Affari Sociali riunite, l’unica reale novità rilevata nell’annoso dibattito sulla legalizzazione della cannabis si è rivelata la presenza in qualità di auditi delle tre associazioni che meglio rappresentano le istanze dei consumatori: ASCIA, FreeWeed e Canapa Info Point.

Abbiamo reciprocamente apprezzato i contenuti delle relazioni e degli interventi dei portavoce delle associazioni e ugualmente lo stesso stupore ci ha colpito nel dover ascoltare ancora tesi e teorie che ci hanno fatto tornare indietro nel tempo per ritrovarci con gli stessi argomenti trattati indecentemente per anni dal DPA di Serpelloni, dalle supposizioni della Fini-Giovanardi e dall’accolita faziosa componente proibizionista capeggiata questa volta da S.Patrignano e dalla Comunità Exodus di Don Mazzi.

Abbiamo assistito a tutta l’audizione, rendendoci conto che ormai neanche gli organismi scientifici o istituzionali possono continuare a dire le menzogne propinateci fino ad ora, dovendo ammettere che la cannabis è meno dannosa di altre sostanze legali come l’alcol e il tabacco, che non esiste correlazione tra psicosi e uso di cannabis, che non è dimostrabile l’effetto del THC nel caso di incidenti stradali se non in possesso di strumentazioni precise e via dicendo, ma dovendo dare un colpo al cerchio (in virtù del cambiamento di tendenza globale) e uno alla botte (in virtù del ruolo scientifico o istituzionale che ricoprono), abbiamo dovuto ascoltare delle contraddizioni in termini come: la cannabis autoprodotta può essere dannosa come potrebbe essere dannosa la coltivazione in proprio di viti a causa della possibilità che sviluppi metanolo nel vino (?), che il polline delle coltivazioni autoprodotte potrebbe inseminare le coltivazioni ad uso industriale e terapeutico e mettere a repentaglio la qualità di queste (?), che l’assunzione di cannabinoidi inibisce e interferisce con il nostro sistema endocannabinoide (?), che il minorenne potrebbe seguire le abitudini “legali” dei genitori (come se per l’alcol e il tabacco non esistessero le stesse condizioni) e via dicendo, tutte tesi fuorvianti e non dimostrabili che scoprono inesorabilmente la penuria di argomentazioni a favore del mantenimento di un regime proibizionista.

Ma vogliamo soffermarci un po’ di più sull’audizione dei rappresentanti delle Comunità di S.Patrignano e di Exodus.

Senza voler mancare di rispetto, ci è sembrato di ascoltare dei robots nei quali è stata immessa un’applicazione che si attiva ogni volta che si parla di cannabis e che dai tempi della Fini-Giovanardi non ha avuto nessun aggiornamento di software.

Per l’ennesima volta abbiamo sentito dire che la cannabis è il trampolino di lancio per le droghe pesanti, che non esistono differenze tra le varie sostanze psico-attive, che la legalizzazione porterebbe ad un uso diffuso e incontrollato di cannabis e così via, ma il top è stato raggiunto quando rispondendo alla domanda dell’on. Ferraresi: “Quanti sono i soggetti in terapia nella vostra Comunità per uso esclusivo di cannabis?”, il rappresentante di S.Patrignano ha risposto: “50 su 1.200 e sono tutti giovani tra i 15 e i 19 anni”!

La prima cosa che salta all’occhio è la percentuale minima di persone che hanno richiesto un percorso terapeutico e di riabilitazione per uso di cannabis (0,4%), la seconda è l’età dei giovani, la maggior parte minorenne e quindi “internati” per espressa decisione dei genitori, probabilmente molto spaventati dalla malainformazione di cui S.Patrignano ed Exodus sono maestri.

Confidiamo di aver dato, con le nostre audizioni, delle informazioni ai membri delle Commissioni Giustizia ed Affari Sociali, con cui poter controbattere in sede di discussione alla malcelata voglia di mantenere lo status quo che vede ancora 5.000.000 di italiani costretti alla clandestinità.

Nei prossimi giorni saremo più precisi nel confutare punto per punto le contraddizioni e le falsità proposte in audizione.

Ass.ni ASCIA – Canapa Info Point

Di seguito la relazione che  presenteremo domani in Commissione Giustizia a nome delle Associazioni ASCIA e Canapa Info Point:

Gentili Onorevoli, Vi ringraziamo per aver voluto consultare le nostre Associazioni.

Di seguito illustriamo sinteticamente le motivazioni che ci spingono a sostenere l’iniziativa dell’intergruppo parlamentare, per una legge che regolamenti, tra le altre cose, la coltivazione di cannabis ad uso personale.

Abbiamo partecipato alle audizioni del 2013 quando era in vigore la Fini-Giovanardi, segnalando le contraddizioni della legge e contribuendo nel nostro piccolo ad evidenziare quello che poi la Consulta ha riscontrato nel febbraio dell’anno successivo, determinandone l’illegittimità, ora vorremmo portare il nostro contributo perchè ci sia un sano dibattito su una legge che tuteli la sicurezza e la salute pubblica, ma anche i consumatori.

Il primo luogo comune da abbattere è la convinzione che il tipico consumatore di cannabis sia un adolescente. Nelle nostre associazioni vediamo una significativa adesione di persone che hanno dai 40 ai 60 anni ed oltre, e questo dipende da un fattore culturale, essendo queste generazioni, che hanno convissuto e conosciuto il pericolo delle droghe, predisposte in linea di principio ad un uso consapevole e responsabile di qualsiasi sostanza psicoattiva, alcol e tabacco compresi.

Quindi, prendendo in esame l’esperienza generazionale possiamo assolutamente affermare che la conoscenza e la giusta informazione sulle sostanze, creano il primo presupposto per l’educazione e la dissuasione, esattamente come viene fatto per alcol e tabacco, ma la prova definitiva di quanto affermiamo ci viene dal risultato ottenuto nei Paesi dove viene regolamentata la produzione e la detenzione di cannabis ad uso personale, dal Portogallo, alla Spagna, all’Olanda, al Colorado, all’Uruguay e via dicendo, dove, dopo anni dalla legalizzazione, non si riscontrano allarmi per la salute o la sicurezza provocati dall’uso.

Il secondo luogo comune da smantellare è che oltre all’uso terapeutico esista solo l’alternativa cosiddetta ricreativa, una classificazione riduttiva che non riusciamo a comprendere in quanto, se è vero che la cannabis induce ad un comportamento predisposto alla socializzazione e quindi convenzionalmente ricreativo, è pur vero che altri aspetti del suo uso non sono mai evidenziati nel giusto contesto.
Abbiamo sempre rivendicato l’uso spirituale di questa pianta e solo per fornire un elemento di riflessione, se sommiamo tutti gli esseri umani che per motivi religiosi o culturali usano cannabis, ci ritroviamo con circa un terzo dell’umanità che fruisce dei benefici psico-fisici di questa pianta e parlare di circa 2 miliardi di persone non è cosa trascurabile e sarebbe riduttivo, oltre che offensivo, parlare di feccia drogata dell’umanità.

Nella nostra legislazione il consumo di cannabis è depenalizzato e quindi tollerato, ma viene impedito al consumatore, che sia per fini terapeutici, ricreazionali o spirituali, di provvedere autonomamente al proprio fabbisogno, costringendolo a rivolgersi al mercato gestito dalla criminalità.

Tutelando quindi la salute dei minori, esattamente come avviene per alcol e tabacco, crediamo che regolamentare la produzione personale, come proposto nel DL dell’intergruppo parlamentare, sia non solo doveroso nei confronti degli stili di vita e delle esigenze individuali, ma anche l’unica via per liberare circa 5.000.000 di presunti consumatori, dal mercato del narcotraffico e dare quindi alla criminalità organizzata un significativo colpo da un punto di vista economico.

Al contrario, lo stato di proibizione crea un mercato ambiguo e pericoloso dove tutto viene confuso ed offerto e che diviene realmente il trampolino di lancio per esperienze (con le droghe pesanti) non auspicabili, ma inevitabili se sullo stesso banco vengono vendute sia la cannabis che l’eroina o qualsiasi altra sostanza, a chiunque sia in possesso di qualche decina di euro, adolescenti compresi.

Terzo ed ultimo luogo comune da confutare, riguarda la diffusa opinione più volte affermata dalla posizione proibizionista, per cui la cannabis di oggi è di 10 volte più potente della cannabis che circolava nei decenni ’70 e ’80.
E’ una tesi che può far leva solo sull’ignoranza nei confronti della proprietà psico-attiva della pianta.
La cannabis ha delle genetiche ed ogni genetica contiene una percentuale di THC predisposta dalla sua struttura molecolare, quindi esistono varietà di cannabis che contengono una dose limitata di THC e varietà con percentuali maggiori, fra cui il Bedrocan che ne contiene il 22% e viene considerato e prescritto come farmaco!
Quindi nella libera scelta e non nel condizionamento del mercato illegale, ogni consumatore potrà scegliere la genetica preferita in base alla sua consapevolezza e senso di responsabilità, esattamente come avviene oggi per l’alcol e il tabacco.

In sintesi, crediamo che sia inderogabile regolamentare un fenomeno diffuso da Nord a Sud, che coinvolge persone di qualsiasi età e di qualsiasi estrazione sociale, che a tutt’oggi rischiano di veder devastatala la propria quotidianità in virtù della mancanza di buon senso.

Vi ringraziamo per l’attenzione.

Ass.ni ASCIA e Canapa Info Point

___________________________________________________

Analisi sociale e costituzionale del divieto di coltivazione di cannabis con conseguente violazione dei diritti fondamentali.

CHI SONO I FRUITORI DI CANNABIS

Il consumo di cannabis non è uguale per tutti, alcuni consumatori di cannabis, definiti dalle statistiche “consumatori abituali”, sono una vera e propria “minoranza di genere”(Art.3).

Il consumatore di cannabis abituale fruisce dei benefici che i cannabinoidi apportano alla propria personalità (Art.2), al proprio sistema endocannabinoide (Art.32) e a completamento del proprio “io”.

Da decenni in Italia si perseguita questa “minoranza di genere” che ha come unica colpa (forse genetica) di usare la cannabis per migliorare la qualità della propria vita (Art. 32).

Le persecuzioni in atto in questo ultimo decennio contro i coltivatori in proprio, hanno limitato la libertà di questi cittadini, rendendoli di fatto criminali e tossicodipendenti a prescindere dalla loro qualità morale ed etica.

I fruitori sono una “razza”, distribuita su tutto il pianeta, parlano una “lingua” con termini che pochi cittadini conoscono (es: Terpeni, Flavonoidi, Cannabinoidi, Indica, Sativa, ecc…), credono religiosamente che la pianta possa donargli dei frutti che collaboreranno a migliorare la personalità e la qualità della vita, ma non hanno la libertà di manifestare la propria opinione politica (Art.21), perché usare come simbolo a scopo divulgativo una foglia o manifestare apprezzamento nel suo uso, farebbe immediatamente suonare il campanello d’allarme di chi applica la legge….

Il DIRITTO COSTITUZIONALE ALL’AUTODETERMINAZIONE E ALL’ASSOCIAZIONISMO

Art. 2 – La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale.

La cosiddetta “prevenzione del danno” per la cannabis e i suoi derivati è riscontrata nel “Consumo Consapevole”, con particolare attenzione alle varietà usate, alla qualità dell’infiorescenza, ecc…  Questo si traduce in “coltivazione ad uso personale”, un’azione che concorre a livello sociale, economico e politico a ridurre il traffico illegale di sostanze, concorre a ridurre introiti alla criminalità, concorre ad eliminare la cogestione dei mercati delle diverse sostanze, rientrando esattamente in quanto esposto ed auspicato nell’articolo 2 della Costituzione.

Art. 3 – Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.
È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

La regolamentazione dell’attività di autocoltivazione, diffusa e nonostante tutto mantenuta ancora illecita, si rende improrogabile in quanto, indipendentemente dall’esistenza o meno di una legge o dalla durezza della legge in vigore, gli estimatori della cannabis restano “consumatori” e in virtù di questa condizione personale e sociale, i consumatori si attraggono per affinità (in uno stato regolamentato) o per necessità (in uno stato di illegalità), generando comunque una “comunità” diffusa su tutto il territorio nazionale, in cui l’uso della cannabis ha un ruolo socializzante di cui si deve prendere atto.

Art. 4 – …ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società.
Art. 9 – La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione.

Noi siamo convinti di applicare in pieno quanto previsto dagli articoli su citati, in quanto ci sembra innegabile che la cannabis sia considerata da molti culti religiosi un vero e proprio veicolo spirituale e per quanto riguarda la possibilità di progresso materiale, oggi sappiamo che la pianta di canapa ha un importanza strategica per un futuro eco-sostenibile del nostro mondo.
Due aspetti che purtroppo, a causa del proibizionismo, si sono smarriti nella memoria delle società, limitandone di conseguenza la conoscenza per lo “sviluppo della cultura e della ricerca scientifica e tecnica”, con conseguente degrado ambientale e paesaggistico.

LE INUTILI PERSECUZIONI VERSO I CONSUMATORI

A decine di migliaia di consumatori di cannabis è capitato di essere fermati da un pubblico ufficiale e subire una “ispezione o perquisizione personale” immotivate.
Spesso dopo queste ispezioni e perquisizioni, si sono ritrovati ad affrontare la prigione e processi interminabili per la coltivazione, ad uso personale, di pochi esemplari della pianta proibita.

Art. 13. – La libertà personale è inviolabile. Non è ammessa forma alcuna di detenzione, di ispezione o perquisizione personale, né qualsiasi altra restrizione della libertà personale, se non per atto motivato dell’Autorità giudiziaria e nei soli casi e modi previsti dalla legge.
È punita ogni violenza fisica e morale sulle persone comunque sottoposte a restrizioni di libertà.

Qualsiasi legge restrittiva nei confronti della libertà individuale è anticostituzionale, a meno che la libertà individuale venga esercitata contro la sicurezza e la salute della collettività, cosa diametralmente opposta dalle caratteristiche della coltivazione ad uso personale, che non prevede alcuna commistione o coinvolgimento negli usi e costumi sociali, né provoca giustificati allarmi per la salute o sicurezza in genere.

Art. 14. – Il domicilio è inviolabile.
Non vi si possono eseguire ispezioni o perquisizioni o sequestri, se non nei casi e modi stabiliti dalla legge secondo le garanzie prescritte per la tutela della libertà personale.
Gli accertamenti e le ispezioni per motivi di sanità e di incolumità pubblica o a fini economici e fiscali sono regolati da leggi speciali.

Anche in questo caso riteniamo evidente la contraddizione tra quanto esposto dall’articolo della Costituzione e il modus operandi con cui vengono inquisiti semplici consumatori di cannabis, il cui uso è previsto all’interno delle mura domestiche, che, fino a prova contraria e solo in virtù di pericoli per la collettività, dovrebbero rimanere inviolabili.

Art. 18. – I cittadini hanno diritto di associarsi liberamente, senza autorizzazione, per fini che non sono vietati ai singoli dalla legge penale.
Sono proibite le associazioni segrete e quelle che perseguono, anche indirettamente, scopi politici mediante organizzazioni di carattere militare.

Siamo convinti che gli autori di questo articolo volessero indicare come “fini vietati dalla legge penale” esattamente quelle società costrette a divenire segrete per pericolosi scopi politici o criminali.
Cose assolutamente estranee all’uso della cannabis e vediamo una forte contraddizione con quanto esposto dal su citato articolo, nel divieto in atto di associazionismo tra estimatori della pianta, colpiti da una anacronistica legge penale.

Art. 24. – Tutti possono agire in giudizio per la tutela dei propri diritti e interessi legittimi.

Nell’ultimo decennio abbiamo assistito a migliaia di processi in cui, a causa della Fini-Giovanardi e della durezza della pena detentiva in essa contemplata, molti consumatori in proprio hanno dovuto patteggiare per veder ridotta la pena, assumendosi la responsabilità di un crimine mai commesso. Riteniamo l’attuale legislazione assolutamente in contraddizione con la legittima possibilità di difesa dei propri diritti ed interessi, prevista dall’articolo 24 della Costituzione.

Art. 32. – La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti.
Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana.

A questo proposito rivendichiamo il diritto alla cura e alla possibilità per i pazienti affetti da patologie pesanti, di autoprodurre la quantità e la qualità più congeniale al proprio sollievo.
L’inflorescenza di cannabis autoprodotta o venduta come medicina, ha le stesse proprietà terapeutiche e non riusciamo a capire, primo: come una sostanza possa essere medicina in alcune circostanze e veleno in altre, secondo: come si possa proibire a persone bisognose di ottenere, attraverso l’autocoltivazione, un beneficio immediato e a costo zero.
Inoltre i cannabinoidi migliorano la qualità della vita (come definito dall’Organizzazione mondiale della sanità “WHO”) e come da pronunzia della Corte Costituzionale “la tutela della salute passa per la tutela della qualità della vita”.

Abbiamo partecipato alle audizioni del 2013 quando era in vigore la Fini-Giovanardi, segnalando le contraddizioni della legge e contribuendo nel nostro piccolo ad evidenziare quello che poi la Consulta ha riscontrato nel febbraio dell’anno successivo, determinandone l’illegittimità.

Ora vogliamo portare il nostro contributo perchè ci sia un sano dibattito su una legge che tuteli la sicurezza e la salute pubblica, ma anche i consumatori.

Porteremo di nuovo la voce dei consumatori in audizione in Comm. Giustizia, lunedì 20 giugno alle 15,30.

Sarà possibile seguire le audizioni in diretta su www.radioradicale.it

Personale replica alle più assurde “fantasie” narrate in audizione lo scorso 26 maggio, presso le commissioni riunite Giustizia e Affari Sociali.

Diversi gli interventi, quasi tutti favorevoli all’ormai necessaria legalizzazione.

Pochi i contrari, e con pessime argomentazioni a sostegno delle loro idee proibizioniste.

Non commenterò i pensieri condivisi, limitandomi invece a smascherare tutti i “luoghi comuni” e le forzature a favore del proibizionismo.

Detto questo, sento il dovere di esprimere sostegno all’associazione LaPiantiamo e ai suoi rappresentanti. La cannabis per uso terapeutico è un diritto che dovrebbe essere garantito, senza SE e senza MA. Un farmaco dagli innocui effetti collaterali e dai mille benefici non può e non deve essere vietato, ne’ si deve ostacolare in alcun modo l’approvvigionamento. Nessuna legge dovrebbe ostacolare un malato di Sclerosi Multipla, o Cancro, o Epilessia, se questo vuole assumere cannabis per curarsi.
Se qualcuno teme per i malati stessi, ricercando una garanzia sulla qualità della cannabis che serve loro, allora bisogna spingere sul Centro Farmaceutico Militare di Firenze affinché lavori meglio e più in fretta, e su altre valide alternative.

In molti hanno dissentito con le dure parole del tesoriere di “La Piantiamo” William Verardi, che ha reclamato a gran voce quello che è di fatto un “diritto vitale”. La loro è una battaglia per la Vita. Possiamo continuare a discutere di legalizzare, liberalizzare o proibire ancora, ma senza mai dimenticare che una persona malata non ha tempo da sprecare in chiacchiere e, quello che gli rimane, deve passarlo per cercare di guarire o almeno stare meglio, e non per continuare una stupida battaglia ideologica su un argomento che non dovrebbe neppure essere discusso: il diritto alla cura.

Se il nostro fosse davvero un Paese civile, chi si batte per i diritti dei malati, ed i malati stessi, non dovrebbero abbassarsi a partecipare a queste audizioni per far cessare le ingiustizie subite. Dovrebbero già stare davanti un tribunale che faccia valere i diritti dei malati, e mi rammarico che non ci siano associazioni di giudici o magistrati che si interessino al caso.

Tornando a discutere di legalizzazione invece, sono rimasto sconcertato dall’intervento di Elisabetta Bertol (professoressa di tossicologia forense dell’Univ. di Firenze). La professoressa ha iniziato il suo “viaggio” (vi prego di non definirlo semplicemente discorso), dal racconto delle sue competenze: lei studia le “droghe”. Continua sottolineando che la cannabis non va demonizzata, e per dimostrare quanto è favorevole all’uso terapeutico, racconta di aver visitato il Centro Farmacologico Militare di Firenze. Ammette che i lavori potevano andar meglio. Spiega, o almeno così mi è sembrato di capire, che non si può attualmente creare un farmaco che dia certezza di cura, perché non possono garantire una percentuale di principio attivo stabile. Il loro problema è quello di non aver trovato costantemente una soluzione alla degradazione del THC (circa 5% al mese), e stanno cercando uno stabilizzatore.

Inconsapevolmente la professoressa dà motivazione a ciò che i malati chiedono da tempo: la possibilità di coltivare la propria medicina, in modo da avere costantemente cannabis raccolta per un determinato tempo prima dell’assunzione; coltivata ed essiccata sempre nello stesso modo.

Logicamente è impossibile far comprendere certi pensieri a chi prende l’aspirina ma non masticherebbe mai un po’ di corteccia di salice. Se tale concetto è troppo “estremo” (in tanti sono contro la medicina naturale per via di quella mancanza di “precisione” e “sterilità” che invece ci danno le “pillole”) è decisamente più semplice comprendere che, se la cannabis decade ogni mese del 5%, quando sarà trascorso un mese dalla consegna, il paziente dovrà usare il 5% in più di cannabis.

In realtà stiamo parlando di nulla: essendo la cannabis tra le sostanze meno tossiche al mondo e con effetti collaterali tanto blandi da poter essere somministrata praticamente a tutti, viene usata dai malati ogni volta che ne sentono l’esigenza, senza neppure “pesare” la quantità usata in un giorno.

E’ vero che col tempo arriva una sorta di assuefazione, ma va bene fumare anche 20 grammi di cannabis al giorno se questo permette di stare meglio e vivere dignitosamente la propria vita. Qualsiasi “farmaco” è almeno 1.000 volte più tossico della cannabis. Persino l’acqua è potenzialmente più pericolosa della cannabis.

Conosco persone affette da svariate patologie, che consumano 10g di cannabis al giorno. Ogni volta che le rivedo stanno meglio. Quelli che vedo in condizioni “stazionarie”, sono quelli che si nutrono male e consumano meno cannabis rispetto a quanta ne avrebbero bisogno.
Lo Stato non si preoccupa della salute dei malati se impedisce loro di usare una pianta che, anche se presa in eccesso, non può far male.

Se lo Stato avesse davvero a cuore la salute dei cittadini, dovrebbe varare immediatamente delle leggi per vietare gli ingredienti ormai riconosciuti tossici, usati per produrre e conservare il cibo e non accanirsi contro una pianta benefica.

La professoressa, dopo aver parlato del fallimento nel produrre un “farmaco” con percentuale di principio attivo costante nel tempo, torna al problema degli arresti: lei afferma che nessun semplice consumatore è mai finito in galera.

La professoressa è consapevole del fatto che in Italia la coltivazione è, per legge, ai fini di spaccio; però è convinta che tutti i giudici siano di “buon senso” e che non condannino nessuno per due o tre piantine; quando sono per scopo terapeutico!
La professoressa è davvero ignara di quanti processi siano in corso in Italia per la coltivazione di poche piante. Migliaia di persone vengono fermate, denunciate, processate e condanante per aver coltivato qualche pianta di cannabis e ci sono cittadini che devono arrivare in cassazione per essere giudicati non colpevoli.
E le spese legali?

Eppure la professoressa pensa che sia normale, come se la cannabis fosse chissà quanto più pericolosa dell’alcol; quando invece è esattamente il contrario. La Bertol pensa che la legalizzazione, e la conseguente abrogazione delle sanzioni, siano il principale pericolo, come se consumare cannabis per scopo “ludico”, renda gli individui pericolosi. Sicuramente la professoressa non ha mai passeggiato per Amsterdam. Non contano eventuali dati di ricerche pilotate, basta fare un giro in Olanda.

La professoressa riprende lanciandosi in argomenti decisamente più tecnici e difficili. Inizia a spiegare che la cannabis di oggi è una “super cannabis” che ha avuto un incremento di THC rispetto a quella degli anni ’90 (non specifica quanto), perché “viene coltivata in serre”. Secondo la professoressa, la produzione di THC è una “semplice risposta fenotipica, cioè risposta dall’ambiente, e non geneticamente differenziato dalle 25, 30 specie di cannabis che derivano dall’ambiente. Le piante di cannabis di oggi sono geneticamente selezionate”. (sono pressapoco queste le parole che usa)

La professoressa completa il difficile discorso facendo però un esempio giusto: gli incroci di cannabis diverse sono come l’incrocio tra piante di viti per ottenere vini migliori.
In realtà, la produzione di cannabinoidi, THC compreso, è “scritto” nella genetica della pianta, ed è anche influenzato dall’ambiente in cui essa cresce, dal terreno, dall’umidità, dalla luce.

Selezionatori di genetiche particolarmente terapeutiche hanno prodotto infiorescenze con livelli che hanno superato ormai il 28%. Queste varietà derivano da incroci naturali che, oltretutto, nella pianta di canapa sono semplicissimi da effettuare: è una pianta dioica, con maschio e femmina separati.

Le varietà che producono resine ricche di THC si sono evolute parallelamente a quelle da “fibra”, durante migliaia di anni. Nessuna novità. Abbiamo fatto con la cannabis la stessa cosa fatta con le rose, e persino con i cani e i gatti.
Ma cosa vuol dire aumento del THC?
Ipotizziamo che negli anni ’90 la cannabis avesse contenuti di THC del 14% (io negli anni 90 ero già un consumatore e confermo questo dato); oggi invece riusciamo a fare cannabis col 28% di THC. In realtà quanto ne viene assimilata in più oggi, con uno spinello?

Con 1 grammo di cannabis, negli anni novanta, potevi assimilare sino a 0,14g di THC.
Oggi, dopo20 anni, da 1 grammo di cannabis puoi riuscire ad assimilare 0,28g di THC.
La DL50 della cannabis, come è stato ricordato anche durante la conferenza, è 1:20.0000/1:40.0000.

L’unità di paragone è la dose minima usata per “confezionare” una sigaretta di cannabis, ossia 0,9grammi. Dobbiamo dunque moltiplicare 0,9g per 40.000 se consideriamo la cannabis “degli anni ’90”, e per 20.000 se prendiamo una buona cannabis. Sono praticamente due chili di cannabis in un unico “spinello”. Un consumatore medio usa, da solo, meno di 500g di cannabis all’anno, sempre che non fumi in compagnia, e che non usi neppure occasionalmente la cannabis per curarsi. Ancora una volta si parla di nulla per confondere le idee.

La professoressa conclude chiedendo di poter fare un minimo di discorso sulla pericolosità del consumo di cannabis. Essa dice ancora che la pericolosità dipende dal quantitativo di THC assunto e spiega che si può passare da una semplice e piacevole sensazione di euforia a psicosi. Parla di casi accertati in cui si sono manifestati disorganizzazione del pensiero e allucinazioni.

La Bertol incalza dicendo: “La struttura molecolare del tetraidrocannabinolo è paragonabile agli effetti allucinatori dell’LDS.”
Sinceramente nessuno poteva capire cosa volesse dire la professoressa: il Dott. Angelo Nicosia (Chimico) mi ha infatti spiegato che, in realtà, le due molecole hanno struttura totalmente differente, quindi svolgono azioni differenti all’interno dell’organismo. Presentano anche gruppi funzionali differenti (prevalentemente amminici nell’LSD; assenti nel THC) che ne rimarcano la differente azione. Inoltre, il THC risponde ai recettori presenti nel corpo umano CB1 e CB2 (specifici per i cannabinoidi) mentre l’LSD svolge un’azione ancora non del tutto chiara come agonista di recettori serotoninergici.

La professoressa Bertol, per chiudere in bellezza la sua propaganda terroristica, afferma che il 35% delle persone coinvolte in incidenti, è stata trovata positiva alla cannabis; e che la cannabis provoca danni ai neuroni del lobo frontale, se assunti in fase di sviluppo.
A quel punto molti partecipanti all’audizione hanno dissentito rumorosamente. Io non condivido queste forme di “protesta”: occorre ascoltare e dialogare. Sarebbe bastato comprendere e spiegare i dati riportati in audizione: dire che il 35% delle persone coinvolte in incidente è positiva alla cannabis, non vuol dire nulla. Qual’è la vera percentuale di individui, trovati positivi solo alla cannabis, che hanno PROVOCATO un incidente?

Paragonando tale percentuale con quella di coloro che hanno causato un incidente sotto effetto dell’alcol, che differenza si evince? Perché è ancora illegale la sostanza meno pericolosa di tutte?

Bellissimo ascoltare il presidente nazionale delle federazione italiana degli operatori dei dipartimenti e dei servizi delle dipendenze Pietro Fausto D’Egidio: egli parla di dipendenza, tossicità di organismo e sistema provocati dal consumo di cannabis. Presenta dati importanti che dimostrano la bassissima tossicità della cannabis, ma completa la prima parte del suo intervento dicendo che la cannabis può provocare psicosi e ritardi nel nascituro.

Voglio immediatamente ribadire a queste ultime affermazioni, ricordando che le psicosi possono essere provocate da moltissime sostanze, ma anche da traumi fisici o psicologici. La cannabis, come qualsiasi altra sostanza psicoattiva, deve essere assunta responsabilmente, che sia per scopo terapeutico o ricreativo.

Le donne in gravidanza dovrebbero usare sostanze psicoattive, cannabis compresa, solo se hanno delle esigenze terapeutiche. In molti Paesi, dove l’uso terapeutico è legale, la nausea gravidica viene curata con la cannabis.

D’Egidio conclude parlando dei danni sociali e sulla salute dell’individuo rispetto le “polis” e afferma: i danni sono molto alti se c’è un mercato illegale non regolato. I danni sono ugualmente alti se c’è un mercato legale non regolato. I danni si minimizzano con una legalizzazione regolata da norme che impediscano gli abusi.

Viene poi ascoltato Marco Cafiero, rappresentante italiano delle comunità terapeutiche che spiega la sua visione, sottolineando che essa deriva da esperienze maturate nel campo educativo piuttosto che scientifico. Egli è contrario alla forma di legalizzazione a cui il disegno di legge porterebbe se venisse accolto positivamente dal Parlamento. Si dice contrario in quanto, secondo lui, sarebbe una liberalizzazione vera e propria.

Cafiero dissente con la parte introduttiva del disegno di legge, in cui si afferma che il proibizionismo ha palesemente fallito e che occorre un diverso approccio politico per limitare uso e diffusione di sostanze psicoattive.
Secondo il suo parere è sbagliato valutare i risultati, anche se negativi, dati dalla repressione piuttosto che valutare il danno dato dal consumo di cannabis: sempre secondo lui, nonostante sia palese lo spreco di moltissimi soldi per la repressione, e lo scarso risultato ottenuto sin ora, non possiamo mollare cedendo alla legalizzazione!

Un secondo dopo parla di tolleranza nel consumo di cannabis, affermando che un consumatore non deve essere perseguitato, tranne che ceda, anche solo uno spinello. (?)
Nella parte finale del suo discorso sembra essere disposto ad accettare una “legalizzazione” solo se questa prevederà il divieto di uso e possesso ai minorenni, e il divieto di cessione.
Inoltre obbietta sul termine “uso ricreativo”, perché è tutt’altro che “dissuasivo”, ma anzi invoglia all’uso.
Il discorso di Cafiero, che fa acqua da tutte le parti, sembra più dettato dal timore di perdere il proprio lavoro che da altro: chiedere di mantenere una legge proibizionista palesemente fallimentare, investendo addirittura maggiori finanziamenti, è una contraddizione inaccettabile.

E, a proposito del termine “ricreativo”, vorrei chiedere al rappresentante italiano delle comunità terapeutiche, per quale motivo si va nei PUB? …. per nutrirci, o per fare “ricreazione” bevendo alcol?!

Incredibile l’intervento di Giorgio Di Lauro, vice presidente e direttore delle dipendenze patologiche dell’ASL2 di Napoli, che dice di aver letto tutte le “proposte”, e mette in guardia: parla dei malati che necessitano di un farmaco e non della “fogliolina di cannabis o la stecchetta di hashish” (testuali parole). Afferma che è inaccettabile permettere la coltivazione della “piantina” per scopo terapeutico perché, secondo lui, in base al concime che riceverà, il quantitativo di principio attivo sarà diverso.
Permettetemi di far notare immediatamente l’errore del dott. Di Lauro: il principio attivo è infatti sempre lo stesso e, al massimo, varia nelle percentuali.

Di Lauro parla di dose terapeutica certa della sostanza, ed afferma anche che bisogna dare gratis questo tipo di farmaci a chi ne ha necessità, ma pensa sia un brutto pretesto quello di legalizzare la cannabis per “liberare le carceri”, o per incrementare l’introito fiscale dello Stato in quando, nonostante la cannabis sia una utilissima medicina, provoca danni devastanti se usata come sostanza ricreativa.

Parla di danni irreversibili al cervello negli adolescenti, arrivando a dire che i sintomi che produce nei ragazzini sono tanti e così forti da bloccare la crescita e la produzione di sostanza grigia nel cervello.
Prima di passare all’esame della successiva parte del suo intervento, vorrei far notare che Di Lauro, anche se ha letto tutte le proposte depositate (bastava quella dell’intergruppo parlamentare) non ha ben compreso che si discute la legalizzazione per i maggiorenni, e per mettere fine a quello spaccio illegale che permette anche ai minorenni di consumare e, in alcuni casi, abusare di cannabis tanto da compromettere lo sviluppo della sostanza bianca (non grigia), costituita da fibre nervose che uniscono l’encefalo e il midollo spinale, indipendentemente dall’insorgere di sintomi psicotici.

Inoltre vorrei fornire qualche dato che riguarda l’incidenza della proibizione della cannabis sul sovraffollamento carcerario e sulla lentezza della Giustizia in Italia. Ogni anno vengono denunciati per reati strettamente legati alla cannabis oltre 15.000 persone che dovranno essere ascoltate e processate. Molte di loro subiscono il ritiro della patente, l’obbligo di effettuare un percorso Ser.T., e il ritiro del passaporto. Altri finiranno addirittura in carcere o ai domiciliari, magari solo per qualche pianta; e dovranno affrontare anche tre gradi di processo prima di essere dichiarati “non colpevoli”.

Di Lauro, per scoraggiare gli incerti, continua portando l’esempio della legalizzazione del gioco d’azzardo, e afferma che ha solo provocato dei danni. In realtà la legalizzazione che si chiede per la cannabis, rispetto a quella del gioco d’azzardo, è qualcosa di totalmente diverso: nessuno chiede un monopolio o il diritto ad aprire “case dello sballo”, come invece è stato fatto per i centri scommesse. Il gioco d’azzardo è stato pubblicizzato in TV, radio e giornali, ed i “gratta e vinci” si vendono praticamente ovunque. Noi chiediamo il diritto all’autoproduzione e la libertà di consumare responsabilmente cannabis.

Interviene poi il dott. Nicolosi della comunità incontro “Amelia”, anch’egli favorevole alla legalizzazione della cannabis per uso terapeutico.

Egli dice di aver visto passare in comunità circa 300.000 persone. Parla di conoscere diverse “dipendenze” e tira fuori persino il più vecchio tra i luoghi comini: “non tutti i consumatori di cannabis passano a droghe pesanti, ma tutti i cocainomani e gli eroinomani sono passati dalla cannabis”.
Conoscendo la verità, non ci intimoriscono le informazioni riportate da Nicolosi: chi vive una vita “difficile”, o cresce in un ambiente degradato, o ha una propensione (spesso patologica) ad usare droghe, è normale che inizi da quella più economica, di più facile reperimento e INNOCUA, trovando poi nel mercato illegale dove esiste il monopolio degli stupefacenti, anche sostanze letali da provare e rimanerci intrappolato.

Durante il suo discorso sono stati palesi i tentativi di “terrorizzare” gli ascoltatori. Ha ricordato le famiglie di tossicodipendenti ed ha testualmente dichiarato: «i nostri figli sballati potrebbero causare incidenti stradali e poi, tornando a casa, dire: cosa vuoi? Non lo sai che la legge lo permette?». Nicolosi non sa, o volutamente ignora le leggi che puniscono le persone trovate alla guida sotto effetto di sostanze psicoattive. Inoltre, è da poco stato introdotto nel codice penale persino il delitto di omicidio stradale. Causare incidenti stradali e consumare responsabilmente sostanze psicoattive (che sia cannabis o alcol), sono due cose totalmente diverse.

Inoltre, parlare dei problemi che vive chi è caduto nella dipendenza di una droga pesante per dissuadere alla legalizzazione di cannabis, è qualcosa di assolutamente meschino: le due cose non sono minimamente paragonabili, e fortunatamente lo sanno sia i circa 5milioni di consumatori di cannabis in Italia, che le loro famiglie.

Questa è stata solo la prima di tante audizioni. E’ durata oltre 2 ore, e non è stato possibile riportarla per intero. Ho ritenuto però necessario smentire le falsità (o falsificazioni) proibizioniste che maggiormente mi hanno irritato e offeso. Spero che questo lavoro sia utile al fine di garantire una visione chiara e reale ai rappresentanti politici che dovranno decidere per noi.

Giuseppe Nicosia – ASCIA

Ulteriori approfondimenti: http://www.dolcevitaonline.it/ddl-cannabis-ecco-cosa-si-e-detto-alle-audizioni-parlamentari/

Apriamo questo breve report ringraziando gli organizzatori della Fiera che ci hanno rinnovato la fiducia e permesso ancora una volta di portare la nostra voce al confronto con le Istituzioni e con i consumatori in un’atmosfera di cambiamento ormai innegabile.

Abbiamo avuto modo di incontrare gli on. Civati e Ferraresi in un confronto pubblico al quale hanno partecipato anche Giancarlo Cecconi in qualità di portavoce delle associazioni dei consumatori ASCIA, CIP e OverGrow e Luca Marola come rappresentante del Coordinamento Nazionale Grow Shops.

Parlando della prossima discussione alla Camera sulla proposta di legge di iniziativa parlamentare per la regolamentazione della coltivazione domestica, siamo venuti a conoscenza che da oggi 26 maggio inizieranno le audizioni in Commissione Giustizia e prendendo atto dell’esclusione delle nostre associazioni dall’elenco dei convocati, abbiamo esternato le nostre rimostranze, ricordando agli astanti il percorso e il contributo che ASCIA, CIP e OG hanno sempre elargito in questi ultimi anni per far cadere la Fini-Giovanardi prima e proporre poi una legge equa e giusta per la tutela dei consumatori.

Non entriamo in merito alle valutazioni fatte da chi ha redatto l’elenco delle realtà da ascoltare, ma senza presunzione alcuna, crediamo che non contemplare la presenza delle organizzazioni che rappresentano coloro che ancor oggi vengono ingiustamente criminalizzati per piccole coltivazioni domestiche, sia stato un grave errore.

Abbiamo quindi delegato gli avv.ti Miglio e Simonetti, in quanto legali delle nostre associazioni, a rappresentarci in sede di audizione essendo, almeno loro, stati invitati dietro nostra insistenza. Vi terremo aggiornati.

Durante l’incontro abbiamo avuto modo di confrontarci anche con Luca Marola del Coordinamento dei Grow Shops, che ha lanciato insieme a Radicali Italiani e l’ass.ne Luca Coscioni, la raccolta di 50.000 firme per presentare al parlamento una proposta di legge di iniziativa popolare, firme che andranno raccolte entro il mese di ottobre.

Inizialmente, mercè un parziale consenso sia dei nostri associati, sia delle altre forze dell intergruppo, quest’iniziativa ci aveva visto prendere le distanze. Certamente qualche dubbio resta, ma dopo esserci chiariti con le altre forze aderenti le quali sembranno essersi maggiormente coese, abbiamo deciso di fare marcia indietro ed appoggiare l’iniziativa, con l’auspicio di creare insieme un nuovo strumento di pressione, qualora il dibattito parlamentare dovesse fallire.

Per quanto riguarda invece il progetto CIP per l’apertura delle Sedi Distaccate, siamo felici di poter annunciare che i Grow Shops aderenti al progetto sono già operativi  in molte regioni con l’opera di sensibilizzazione e controinformazione, scopo primario dei Canapa Info Point.

Nei prossimi giorni sara possibile consultare sul sito del Canapa Info Point, l’elenco delle sedi regionali già operative sul territorio.

ASCIA – CIP – OG

   

Giovanni Serpelloni, meglio conosciuto come il dirigente per le politiche antidroga presso il dipartimento del consiglio dei ministri, almeno fino a pochi mesi addietro, quando cambiata la compagine di governo e finito il suo mandato non e’ poi stato riconfermato (non senza polemiche da parte dei vecchi reggenti e riferimenti politici come Giovanardi, Gasparri, i forzisti, i Meloniani e pochi altri …i quali ancora oggi vantano le sue gesta) dal governo Renzi che invece, prevenendo il disagio, si e’ subito svincolato sollevando l’ indubbio imbarazzo se Serpelloni fosse stato ancora oggi capo dpa.

Noi lo ricordiamo in maniera vivida come lo zar antidroga o il padrino proibizionista, appellativi che si e’ voluto far cucire addosso per via della sua espressa posizione proibizionista sulle droghe prediligendo la cannabis come pericolo principale per la sicurezza e la salute pubblica.

Da capo dpa era quindi il fautore e sostenitore della persecuzione e stigmatizzazione dei semplici consumatori di cannabis ai quali applicare la sua teoria dell’emarginazione e discriminazione sociale come strumento per aiutare i poveri drogati…
Ora Serpelloni si trova agli arresti domiciliari insieme ad altri due dirigenti dell’Ulss 20 di Verona che sono stati arrestati dalla Gdf con l’accusa di turbativa d’asta e tentata concussione, secondo quanto pubblicato dall’ANSA.

Il caso e’ particolare e secondo noi carico di significato politico, visto che il dottore aveva la propensione per le menzogne e una certa inclinazione verso l’acquisizione di vantaggi personali all’interno delle sue mansioni istituzionali, ed era divenuto evidente per quanto non ancora dimostrato di quanto quelle menzogne e la sua arroganza derivavano da benefici non trascurabili, e nonostante i tanti articoli di denuncia che pubblicammo sui nostri siti, solo oggi anche la stampa nazionale si accorge della presenza scomoda e ingombrante di Serpelloni.

Dopo e grazie al suo intervento il consumo di stupefacenti in Italia ha continuato a crescere, malgrado i dati statistici forniti da agenzie fidate e ben dal dpa che hanno sempre sostenuto il contrario!

Nella prima relazione , quella 2012 ma basata ovviamente su dati dell’anno precedente, l’allora ministro con delega al contrasto alle tossicodipendenze, Andrea Riccardi (governo Monti), visto il basso tasso di risposta ai questionari usati dal dpa per censire i consumi (pari al 33,4%) rendeva tale dato «difficilmente rappresentativo» e avrebbe imposto di aggiungere per la prima volta un inciso sulla “non validità statistica del dato trasmesso”.

E questo era solo l’inizio: lo zar gestiva e amministrava un dpa da quasi 50 milioni di euro: prima grossa fetta delle risorse gestite dal dipartimento di Serpelloni è quella dei fondi gestiti col Piano progetti 2010 attraverso 49 progetti e budget di 26 milioni di euro circa. Poi nel 2011, altri 30 progetti con un budget di 9 milioni. Nel 2012, il Dpa dispone di 11 milioni da assegnare a 48 progetti ed infine altri 6 milioni per 29 progetti finanziati nel 2013.

Oltre 150 progetti finanziati, di cui circa una novantina riportati sul sito di Palazzo Chigi e su circa un terzo dei progetti (33 su oltre 90) sul sito di Palazzo Chigi, rientra a vario titolo l’Azienda Ulss 20 di Verona, spesso come coordinamento operativo, ma a volte anche come collaborazione.

Il nome della Ulss di Verona, infine, ritorna quasi nella metà dei 22 siti internet messi in piedi da Serpelloni e come se non bastasse, andando a cliccare tra i credits di alcuni siti emerge anche che tra le società sviluppatrici dei siti internet ce ne sono diverse proprio di Verona, come si può vedere sia sui canali Droganews, Consorzio Etico Valore e Salute, Droga No Grazie, Diagnosi Precoce, Gambling sviluppati da Awb Informatica di Verona, sul sistema di Allerta precoce, sviluppato dalla Ciditech di Vigasio, provincia di Verona.

La gran parte dei siti internet rimanenti, infine, è stato curato dal sistema Dronet.org, fondato anni fa da Serpelloni e realizzato dall’Azienda Ulss 20 Verona e dalla sua “web division”. Il tutto veniva autogestito e perfino il ministero sembrava esserne all’oscuro…

Da qui partono le indagini che si concludono in maniera preliminare con gli arresti domiciliari per Serpelloni in attesa di sentenza che sara’ di assoluzione o colpevolezza, ma nel frattempo Giovanardi e Gasparri interrogano il parlamento non sull’arresto di Serpelloni bensi sull’operatività gestionale del dipartimento anti droga..

Al vertice del dpa c’e’ oggi un avvocato, Patrizia De Rose, solido curriculum di dirigente nelle Istituzioni, ma nella sua carriera non si è mai occupata di droghe.

Oggi constatiamo che bisognerebbe partire da una semplice, elementare constatazione: tre sono le forze proibizioniste più forti e sono Camorra, ‘Ndrangheta e Cosa Nostra e se ora a questo stato di cose va ad aggiungersi uno Stato padre padrone (quindi proibizionista e intollerante), se ad arrestare i consumatori di cannabis sono carabinieri corrotti, se a curare i consumatori di cannabis sono dottori come Serpelloni, se all’arresto di Serpelloni si va ad aggiungere il dichiarato fallimento della guerra alle droghe, se è stata giudicata incostituzionale una legge sugli stupefacenti e se consideriamo che piu’ di 300 parlamentari hanno già sottoscritto una pdl per la legalizzazione e altre 3 proposte stanno in coda e in supporto a questa, e’ allora che viene da chiedersi: ma Renzi e’ certo di non avere motivi per cui non doversi imbarazzare delle menzogne fin qui dette e dell’indifferenza del governo di fronte alle rivendicazioni degli antiproibizionisti?

Condividiamo l’analisi di molte voci antiproibizioniste per cui la legalizzazione è l’unica strada da imboccare: legalizzare significa spostare tutto quanto riguarda la produzione, la distribuzione e la vendita di stupefacenti sotto il controllo e creare un tessuto di regole, diritti e doveri. Proibizione è tutt’altro. È privare il commercio e l’uso di ogni significatività giuridica, lasciarlo senza vincoli, disinteressarsi del problema, zona franca, proprio come e’ adesso. Legalizzare è l’unico modo per fermare quel silenzioso, smisurato, violento potere che oggi condiziona tutto il mondo: il narco-capitalismo geo politico e quindi di soldi, tanti soldi male investiti e sperperati attraverso la diffusione di menzogne spacciate per verita’, si tratta anche di vite, le nostre e di diritti messi sotto i piedi …da una fallimentare politica sulle droghe di cui Serpelloni è stato fino ad ora un baluardo, ma ci rimane alfine la soddisfazione di augurargli le stesse mortificazioni mediatiche e sociali che molti di noi hanno dovuto subire a causa della sua fobia nei confronti della cannabis e dei suoi consumatori.

Direttivo ASCIA

Cade sotto la scure della Corte Costituzionale anche l’articolo 75 bis sulle sanzioni amministrative introdotto dalla Fini-Giovanardi. Ecco il testo della sentenza 94/2016 pubblicata venerdì scorso.

Fonte: http://ungass2016.fuoriluogo.it/2016/05/09/sanzioni-amministrative-via-un-altro-pezzo-fini-giovanardi/

La legge Fini-Giovanardi continua a perdere pezzi quasi ogni volta che viene sottoposta al giudizio di legittimità di fronte alla Corte Costituzionale. Questa volta è l’articolo 75 bis della legge fortemente voluta da Carlo Giovanardi a cadere sotto la scure dei giudici delle leggi. Sulla falsariga della precedente sentenza 32/2014, che di fatto reintrodusse per la parte penale le previsioni della Jervolino-Vassalli, in particolare per quello che riguarda la distinzione fra sostanze con la reintroduzione della cannabis in tabella separata, venerdì la Corte Costituzionale ha depositato le motivazioni sulla illegittimità costituzionale dell’articolo 75bis del Dpr 309/90 sulle droghe.

Di fatto la Corte con la sentenza 94/2014 cancella l’intero articolo 75bis che prevedeva l’inasprimento delle sanzioni amministrative, con la previsione di ulteriori sanzioni erogabili dal Questore nel caso di soggetto “già condannato, anche non definitivamente, per reati contro la persona, contro il patrimonio o per quelli previsti dalle disposizioni del presente testo unico o dalle norme sulla circolazione stradale, oppure sanzionato per violazione delle norme del presente testo unico o destinatario di misura di prevenzione o di sicurezza“. Spariscono quindi l’obbligo di presentarsi almeno due volte a settimana presso il locale ufficio della Polizia di Stato o presso il comando dell’Arma dei carabinieri territorialmente competente, l’obbligo di rientrare nella propria abitazione, o in altro luogo di privata dimora, entro una determinata ora e di non uscirne prima di altra ora prefissata, il divieto di frequentare determinati locali pubblici, il divieto di allontanarsi dal comune di residenza, l’obbligo di comparire in un ufficio o comando di polizia specificamente indicato, negli orari di entrata ed uscita dagli istituti scolastici e il divieto di condurre qualsiasi veicolo a motore. Queste sanzioni potevano essere comminate per non oltre due anni, e la loro violazione comportava l’arresto da 3 a 18 mesi.

Secondo la Corte, relatrice Cartabia (giudice relatore anche della sentenza 32/2014), “le considerazioni sviluppate con la citata sentenza n. 32 del 2014 – che hanno indotto questa Corte a censurare la disomogeneità delle disposizioni aggiunte dagli artt. 4-bis e 4-vicies ter rispetto all’originario decreto-legge – valgono anche per la disposizione oggi censurata di cui all’art. 4-quater” della legge Fini-Giovanardi che ha introdotto l’articolo 75 bis. Infatti per i giudici costituzionali “l’art. 4 dell’originario testo del decreto-legge contiene, pertanto, norme di natura processuale, attinenti alle modalità di esecuzione della pena, il cui fine è quello di impedire l’interruzione dei programmi di recupero dalla tossicodipendenza” mentre “la disposizione di cui all’art. 4-quater, oggetto del presente giudizio e introdotta dalla legge di conversione, prevede anche norme a carattere sostanziale, del tutto svincolate da finalità di recupero del tossicodipendente, ma piuttosto orientate a finalità di prevenzione di pericoli per la sicurezza pubblica.” La Corte conclude che “l’esame del contenuto della disposizione impugnata denota, pertanto, la palese estraneità delle disposizioni censurate, aggiunte in sede di conversione, rispetto ai contenuti e alle finalità del decreto-legge in cui sono state inserite, in modo da evidenziare, sotto questo profilo, una violazione dell’art. 77, secondo comma, Cost. per difetto del necessario requisito dell’omogeneità, in assenza di qualsivoglia nesso funzionale tra le disposizioni del decreto-legge e quelle introdotte, con emendamento, in fase di conversione” determinando quindi l’illegittimità dell’art. 4-quater del decreto-legge 30 dicembre 2005, n. 272 .

Due delle possibilità per riaprire il discorso sulla legalizzazione sono saltate in pochissimo spazio di tempo, la prima delusione l’abbiamo avuta a marzo, con il pronunciamento della Corte Costituzionale che ha ritenuto la legislazione vigente più che consone alle aspettative sociali, rigettando il ricorso presentato dagli avvocati Miglio e Simonetti, la seconda ci ha colpito per la contraddittoria conclusione dei lavori della Sessione Speciale dell’ONU per la politica sugli stupefacenti, che non ha risolto il problema della persecuzione nei confronti dei consumatori e di fatto ha ignorato il cambiamento in atto in molti Paesi europei, latino-americani e statunitensi.

Ci rimane quindi l’ultima possibilità per ottenere un cambio di rotta della politica proibizionista ed è quella relativa al prossimo dibattito parlamentare sulla proposta di legge presentata dall’intergruppo, prevista entro il mese di giugno.

Non crediamo sia facile, nonostante la firma di adesione di più di 300 parlamentari, che l’asse ideologico, al quale la componente cattolica del PD è legata insieme alla destra di Alfano e Verdini, venga abbattuto e anzi, da quello che vediamo all’interno della maggioranza governativa e dai nuovi assalti mediatici contro la legalizzazione, crediamo che la battaglia rischia di essere persa con buona pace del buon senso, esattamente come è avvenuto all’ONU, ma la speranza per un rinnovato impegno dei parlamentari che si sono esposti su questa problematica non è del tutto affidata alla buona volontà dell’individuo, ma a quella della politica nel suo insieme, tra chi comprende che la battaglia non è solo per rivendicare un diritto civile, ma anche contro il narcotraffico, gli interessi legati al petrolio e a quelli delle case farmaceutiche e chi, invece, dell’avversione verso i diritti civili e degli interessi di cui sopra ne fa una ragione di vita.

Ci confronteremo in occasione della Fiera Indica Sativa Trade, con Pippo Civati e Rita Bernardini, membro il primo e presidente onorario la seconda, dell’intergruppo parlamentare che ha presentato la proposta di legge, per meglio comprendere le possibilità e le opportunità che si offrono per una risoluzione in tempi brevi della legalizzazione e per garantire il nostro sostegno alla loro iniziativa.

Sarà utile anche un chiarimento sulla confusione che ha caratterizzato l’avvio della raccolta di firme per una proposta di legge di iniziativa popolare, un avvio che presupponeva una strategia condivisa e che all’ultimo momento ha visto un lancio prematuro, adesioni e defezioni, ma che potrebbe rimanere l’ultima carta da giocare, legalmente, per far tornare il parlamento a discutere della politica sugli stupefacenti qualora il dibattito parlamentare non dia i risultati sperati.

Giancarlo Cecconi – ASCIA

La Sessione Speciale dell’ONU si è rivelata molto al di sotto delle aspettative, nulla è purtroppo cambiato, siamo punto e a capo, pubblichiamo il commento della Global Commission sugli infruttuosi risultati del meeting

DICHIARAZIONE PUBBLICA DELLA GLOBAL COMMISSION ON DRUG POLICY SU UNGASS 2016

NEW YORK- (ENEWUSPF)- 21 aprile 2016.

La Global Commission on Drug Policy è profondamente delusa dal documento risultato adottato concordato alla UN General Assembly Special Session (UNGASS) sul “problema mondiale droga”.
Il documento non riconosce il completo fallimento dell’attuale regime di controllo per ridurre l’offerta e la domanda di droga.

Né tale documento risultante tiene in considerazione degli effetti dannosi di politiche obsolete su violenza e corruzione, come pure sulla salute della popolazione, sui diritti umani e benessere. Riaffermando che le tre convenzioni internazionali sono “la pietra angolare delle politiche globali sulla droga”,
il documento sostiene un inaccettabile e obsoleto status quo legale.

UNGASS non ha seriamente indirizzato i difetti critici della politica internazionale sulla droga. Non richiede una fine alla criminalizzazione e all’incarcerazione degli assuntori di droga. Non spinge gli stati ad abolire la pena di morte per reati di droga. Non invita l’Organizzazione Mondiale della Salute (WHO – World Health Organization) a rivedere il sistema di pianificazione delle droghe. Non sostiene la riduzione del danno e metodi di trattamento che hanno dimostrato la loro efficacia. Infine non offre proposte di regolamentazione delle droghe e mette i governi – piuttosto che i criminali – sotto controllo.

Ugualmente importante, il documento risultante manca di riconoscere il considerevole appoggio per il cambiamento dimostrato da molti governi e da
gruppi della società civile durante UNGASS. Inoltre esclude ogni menzione alle
molte riforme positive delle politiche sulla droga già avviate nel mondo.
Infatti molti governi federali, statali e cittadini stanno adottando una legislazione progressista e provando nuovi approcci.

Per poter realizzare riforme significative della politica mondiale sulla droga le Nazioni Unite e gli stati membri devono evidenziare la contraddizione tra le restrizioni imposte dalle convenzioni internazionali sui narcotici e la necessità di governi e società di regolamentare le droghe. Diversi paesi e alcuni stati degli Stati Uniti stanno esplorando la regolamentazione in una maniera più umana e basata sulle evidenze. Questi approcci dovrebbero essere incoraggiati, nonostante il linguaggio restrittivo delle convenzioni internazionali sulla droga.

E’ vitale che le tensioni tra la lettera delle convenzioni e le continue iniziative sul campo siano risolte. Ci sarà un’altra opportunità internazionale per farlo nel 2019, quando il Piano di Azione delle Nazioni Unite che spinge per “un mondo libero da droghe” sarà rivisto. La Global Commission invita i governi e le società civili a continuare ad andare avanti e adottare riforme della politica sulla droga che siano fatte a misura delle necessità e dei diritti della popolazione. Noi li incoraggiamo e sosteniamo in tutti i loro sforzi di riallineare principalmente la politica sulla droga, così che la salute, la sicurezza dei cittadini e i diritti umani siano di primaria importanza.

Citazioni dei commissari della Global Drug Policy:

“UNGASS era difettoso fin dall’inizio”, secondo l’imprenditore e Commissario
Globale Sir Richard Branson. “Il procedimento è stato un evento a porte chiuse
ed ha escluso importanti voci davanti alle Nazioni Unite e alla società civile”.

“La criminalizzazione delle droghe ha generato conseguenze negative per governi e comunità in tutto il mondo” secondo il presidente del consiglio di amministrazione della United States Federal Reserve, Paul Volcker. “La
criminalizzazione ha involontariamente stimolato un mercato illegale di droghe di massa che sta corrompendo le autorità pubbliche a livello globale.”

“Le sanzioni penali contro gli assuntori di droga si sono rivelate irrazionali, inefficaci e dannose.” sostiene l’Alto Commissario alle Nazioni Unite per i Diritti Umani e Commissario Globale Louise Arbour. “E’ proprio ora di indirizzare, prevenire e trattare l’abuso di droga attraverso una regolamentazione appropriata, non la cieca proibizione”

“Il divario tra le convenzioni e gli sviluppi positivi sul campo negli Stati Uniti, Canada, Uruguay e altrove è impossibile da ignorare”, dice il vice Primo Ministro del Regno Unito e Commissario Globale Nick Clegg. “La dichiarazione UNGASS è separata dalla realtà”.

“C’è una profonda contraddizione tra l’imposizione degli approcci proibizionisti alle droghe e le evidenze dimostrate nella salute pubblica e nelle politiche sociali”, dice il primo Presidente della Svizzera e Presidente della Global Commission on Drug Policy Ruth Dreifuss. “L’unico modo per risolvere questa tensione è modificare le convenzioni internazionali sui narcotici e le leggi nazionali ispirate ad esse”.

“Le pessime notizie da UNGASS sono che la sua dichiarazione ufficiale rinforza le Convenzioni 1961, 1971 e 1988 come le pietre angolari del sistema di controllo droghe internazionale”, sostiene il primo Presidente del Messico Ernesto Zedillo. “Le buone notizie, comunque, sono che molti capi di stato e rappresentanti di governi hanno dichiarato l’esatto opposto durante la conferenza. Anziché aderire allo status quo hanno espresso il loro impegno a riformare la politica nazionale per servire meglio gli interessi del loro popolo. Se i governi onorano il loro impegno per una politica sulla droga centrata sulla gente, possiamo finalmente immaginare un giorno in cui mezzo secolo di vecchie politiche inadatte enfatizzanti la proibizione e l’applicazione della legge saranno giustamente confinate nel dimenticatoio della storia”.

“C’è bisogno di molta più attenzione per essere pagati per il ruolo di sindaco o di leader di comunità locali, specialmente nei paesi con regimi nazionali molto punitivi contro le droghe”, dice il Sindaco di Praga Pavel Bém. “In molti paesi coloro che prendono decisioni locali sono gli unici difensori del costo effettivo di interventi sulla salute pubblica, come il modo di cambiarsi l’ago o le stanze di consumo di droga”.

“E’ vergognoso che centinaia di migliaia di persone diventeranno infette da HIV o epatite per iniezioni pericolose di droga quest’anno”, dice il Commissario Globale Michel Kazatchkine. “Possono morire per queste malattie anche se abbiamo le attrezzature e le medicine a nostra disposizione per prevenire e trattare queste infezioni”.

Video Conferenza Stampa: http://library.fora.tv/2016/04/21/Global_Commission_on_Drug_Policy_Press_Conference