Pubblichiamo la risposta dell’Avv. Zaina al quesito posto nell’articolo precedente e la successiva replica, convinti di portare un contributo sostanziale per un diverso approccio in fase processuale:

Caro Giancarlo,
pensavo che questo nostro carteggio sarebbe rimasto nel contesto privatistico dei nostri intensi rapporti personali e professionali, che proseguono, ormai da molto tempo, anche per avere l’opportunità di una maggiore libertà di espressione (e sfogo) e per non dovere ricorrere ad un doveroso repressivo autocontrollo nelle mie espressioni, atteso il ruolo che ho rivestito nel processo discusso ieri.

D’altronde, la mia profonda delusione (non tanto e non solo per l’esito) era già stata oggetto di un post che ho pubblicato ieri sulle mie pagine Facebook, cercando – e penso riuscendo – di rispettare il limite di critica, che mi è imposto, e che è quello della continenza e della non offensività delle espressioni che uso.

Comunque, anche se mi fossi sfogato appieno, sarei stato più amareggiato e deluso che furente. Cerco, però, di rispondere allo stimolante ed intelligente quesito che lei pone.

Devo, peraltro, osservare che la prospettiva che ciascuno di noi ha del problema concernente la liceità, o meno, della coltivazione, che da molti anni coinvolge lei – come imputato perseguito e perseguitato – ed il sottoscritto quale difensore Suo, appare sostanzialmente differente, pur presentando sicuri punti di contatto.

Lei mi propone una riflessione radicale. Quando, infatti, lei afferma “Ma dopo tre condanne in due processi, io qualche dubbio inizierei anche a pormelo: siamo sicuri che la linea di difesa in nome della “Bibbia Penale” possa essere uno strumento realmente efficace per difendere anche la qualità degli individui e non solo il loro “misfatto”?” affronta, non solo il profilo metodologico del tipo di difesa da adottare, ma anche e, soprattutto, il sistema giudiziario nel rapporto fra giudice ed imputato.

Lei correttamente dubita, quindi, che il solo esame della fredda norma costituisca un insufficiente paradigma per decidere della sorte delle persone, qualora la decisione non si incentri anche su di una più penetrante valutazione della persona imputata.

Le rispondo senza tanti giri di parole. Io non credo che nel Suo caso, in quello di Sua moglie, come in quei casi – che fortunatamente grazie anche alla Sua opera divulgativa stanno divenendo sempre meno – in cui il gesto coltivativo viene sanzionato penalmente, ci sia una carenza di volontà del giudicante di conoscere la persona ed il suo percorso, o ,comunque, non credo che questa sia la carenza maggiore.

Io credo, ed è questo che mi motiva a lottare con maggiore vigore – ove continuerò a venire officiato per la difesa di consumatori e coltivatori –, è la amara constatazione, [e sto parlando a livello generale, giacchè della sentenza di ieri (pur nella rabbiosa delusione che provo) non intendo parlare, perché non sono state depositate motivazioni e peccheri rispetto ai miei principi della verificazione di alcuni sorprendenti atteggiamenti da parte di chi indaga e di chi giudica.

Rilevo, così:
1. una diffusa impreparazione tecnico giuridica rispetto ai fenomeni scientifici che governano la condotta coltivativa,
2. la resistenza al cambiamento giurisprudenziale e culturale in essere, quale espressione di un’ingiustificata paura di un adeguamento normativo (che tarda a
venire),
3. la prigionia mentale rispetto a stereotipi intellettuali superati, ad impostazioni che sono state dimostrate obsolete e retaggio di trascorse impostazioni tecnico-giuridiche.

Tradotto in chiaro: troppe volte – e scusate l’immodestia – ho la netta sensazione,
durante i processi, di parlare ad interlocutori giudiziari che non sanno minimamente di cosa stiamo parlando e non si peritano di tale loro carenza, sul piano scientifico, che ignorano (per impreparazione o per disinteresse?) gli approdi della giurisprudenza tesa sempre più a riconoscere la non punibilità della coltivazione destinata a fini di uso personale, che sono prigionieri, e non fanno nulla per nasconderlo, di atavici stereotipi culturali, normativi e giurisprudenziali (anche ieri abbiamo sentito evocare dalla p.a. la sentenza delle SS.UU. del 2008, che ormai è un retaggio superato).

Pensi Lei a ruoli invertiti e cioè se fosse la difesa impreparata, cosa succederebbe.
Nonostante queste situazioni si addiviene alla pronunzia di sentenze che incidono sul presente e sul futuro di tante persone.

Dunque – sono io ora a porLe una domanda – non crede che quello di cui dibattiamo sia l’unico caso in cui difendendo quello che Lei chiama misfatto, si difende, in realtà, l’essenza e la persona del suo autore?

In tante (se in non tutte) le ipotesi di reato previste dal nostro ordinamento penale, l’attenzione dell’avvocato si incentra non sulla difesa della condotta, ma sulla tutela della persona, imputata, colpevole od innocente che sia.

Ma in questo caso tutto è veramente differente.
L’essenza della difesa del coltivatore consiste, infatti, nella valorizzazione del suo modo di coltivare per il suo fabbisogno personale, quando questo carattere emerga – come emerge ed emergerà nella sua vicenda -.

Quindi, stiamo parlando della difesa di un diritto sogettivo; proprio quel diritto che lei rivendica con forza e dignità di tante persone come Lei a non essere individuati come criminali. Plurime possono essere le ragioni per le quali una persona ritenga di fare uso di cannabis nonché di coltivare (e Lei è uno degli esempi più nobili).

Il problema che, però, si deve risolvere – e per il quale mi batto nella aule di giustizia – è proprio quello del raggiungimento di canoni interpretativi che tramutino una condotta originariamente ed astrattamente illecita in concretamente lecita.

Questi criteri sono stati individuati da sempre più numerose decisioni di merito – alle quali anch’io ho cercato di contribuire – ed ora sono state recepite – piano, piano – da alcune pronunzie della Suprema Corte di Cassazione.
L’uomo ed il misfatto, quindi, sono – ma solo in questo caso – un unicum inscindibile.

La coltivazione per fini personali non è un crimine e chi la pratica a tale fine non deve essere ritenuto un criminale.

Vede, caro Giancarlo giungiamo per vie differenti – come è giusto che sia – alle stesse conclusioni.

Avv. C. A. Zaina


Buongiorno Avvocato, all’inizio pensavo di scrivere solo a Lei, ma quando ho riletto la lettera ho creduto opportuno renderla pubblica e mettere in evidenza anche i casi che falliscono e non solo quelli vincenti.

Un’intuizione che ha pagato nei termini cari all’Associazione, ho ricevuto decine di attestati di solidarietà, da semplici associati, simpatizzanti, ma anche da redattori di riviste del settore e di quotidiani che hanno sempre seguito la nostra vicenda, perché ci terrei che arrivasse agli occhi del giudice che con il sorriso sulle labbra ci ha condannato, forse solo per la soddisfazione di dargli pubblicamente del mediocre e dell’incompetente!

Prendendo come spunto una lettera aperta indirizzata a Lei, il contenuto è contro la stupidità e l’impreparazione dei giudici che condannano come prendessero un’aspirina, ma non c’è nulla scritto contro o verso di Lei e il Suo operato, se non l’invito ad una riflessione sulla quale Lei ha risposto abbondantemente, ma non (a mio avviso) esaurientemente.

Ammesso che neanche una virgola di quel che scrive sia obiettabile, rimane pur sempre un nodo mai sciolto: la giurisprudenza e il dibattito politico procedono in modo propositivo, ma gli inquisitori rimangono sempre gli stessi.

E allora il problema cambia: non si possono adottare le stesse forme di difesa indipendentemente da chi sia il giudice, e allora bisogna trovare una soluzione: ricorso alla ANM per segnalare l’impreparazione e la mediocrità di chi è posto a giudicare su cose che (come Lei giustamente rimarca) non ne sa niente? Organizzare un forum tra avvocati per segnalare questa lacuna? Pressare sulla stampa proprio per segnalare condanne inutili, dannose e infondate per l’individuo e la società tutta?

Noi continueremo a difenderci e a piantare cannabis, uno, due, tre processi ormai non ci spaventano più, ma l’importante per noi e per tutti coloro che sono nelle nostre condizioni, è avere soddisfazione e prima o poi ce la faremo …insieme!

Giancarlo Cecconi

Siamo sempre felici di dare notizie sull’esito positivo di alcuni processi a carico di persone che hanno coltivato modeste quantità di cannabis ad uso personale, ma qualche volta bisogna anche parlare di quelli che un esito positivo non l’hanno avuto, per comprendere che la lotta è ancora lunga e dura e che non serve a niente demoralizzarsi!

Pubblichiamo la “lettera aperta” di Giancarlo Cecconi (portavoce ASCIA) all’avvocato Zaina, dopo il processo celebrato ieri in appello a Firenze che ha confermato la condanna sentenziata in prima udienza per coltivazione di un numero esiguo di piante nella propria abitazione.


Caro Avvocato, io e mia moglie non siamo scandalizzati dalla sentenza che ha confermato la nostra condanna, è una lotta dura, lo abbiamo sempre saputo e proprio per questo, spesso, abbiamo paragonato l’atteggiamento dei giudici a quello degli inquisitori di triste memoria.

C’è gente come noi che se la cava con una macchia nel percorso esistenziale e qualche migliaio di euro di spese da sopportare, ma ce ne sono molti altri, molti dei quali Lei ben conosce ed altre migliaia a noi ignote, che vedono pregiudicata la loro vita, la possibilità di inserimento nella società ed addirittura l’umiliazione della discriminazione permanente.

Io, da Grande Ingenuo quale sono, ho sempre creduto che il Buon Senso in qualche modo potesse trionfare di fronte all’evidenza dei fatti, ma all’età che ho e con le varie esperienze che ho accumulato nella vita, sto iniziando ad essere invece molto più cinico, molto meno educato e soprattutto continuo a sentirmi sempre più motivato per la persecuzione di regime contro i consumatori di cannabis, che a tutti gli effetti somigliano in modo sempre più impressionante agli eretici e alle streghe dei secoli passati, giustiziati perché portatori di conoscenze diverse e non per la loro pericolosità.

E come gli eretici dei secoli passati sappiamo bene che se ti chiami Mario Rossi il rogo non te lo leva nessuno, ma se ti chiami Lutero o Calvino e hai dei potenti dalla tua parte allora non solo il rogo lo eviti, ma acquisisci la stessa potenza di chi voleva distruggerti.

Ecco, noi siamo i Mario Rossi di turno in questo momento storico e non ci possiamo fare niente, se non continuare ad urlare contro il Re, il Papa, il Presidente e le loro stupide, dannose e pericolose leggi.

Certo, qualcuno si salva, come i ragazzi di Vicenza o quello di Cagliari, ma la maggior parte continua a subire il giudizio di gente mediocre e disinformata che l’unica cosa che sa fare è aprire il Codice Penale (la vostra Bibbia) e condannare, chi ha stili di vita e convinzioni non condivise, in nome del Re, del Papa, della Repubblica e forse un giorno, in nome della Federazione Intergalattica, ma la storia rimarrà sempre la stessa nei confronti di chi si rifiuta di mettersi in fila per tre!

Per noi non cambia nulla, anzi otteniamo una conferma: “se noi non amiamo questo Sistema, non c’è nessun motivo perché questo Sistema debba amare noi” e quindi non serbiamo nessun rancore a livello personale, solo nutriamo una gran pena per chi, grazie a un titolo di studio e non alla saggezza, si arroga il diritto di decidere della vita e della morte delle persone senza conoscere nulla di loro, il loro senso sociale, la loro convinzione etica, la loro educazione civica, la loro visione della vita.

Ma dopo tre condanne in due processi, io qualche dubbio inizierei anche a pormelo: siamo sicuri che la linea di difesa in nome della “Bibbia Penale” possa essere uno strumento realmente efficace per difendere anche la qualità degli individui e non solo il loro “misfatto”?

Oppure dovremmo iniziare a contemplare una forma di difesa che metta al primo posto la qualità dell’individuo ponendola al di sopra del “misfatto” commesso?

Per noi non cambia nulla, è solo una questione di tempo (e purtroppo anche di soldi), andremo in cassazione e poi anche al tribunale europeo, ma non c’è e non ci sarà mai un giudice al mondo che possa ledere la nostra inossidabile convinzione: “NON SIAMO CRIMINALI!”, dovesse essere anche l’ultima frase urlata prima di salire sul rogo!

Giancarlo Cecconi

Leggo la seguente notizia: “Un uomo di 36 anni gravemente malato, residente in provincia di Genova, è stato arrestato dai carabinieri per la coltivazione di otto piante di canapa. Agli ufficiali che hanno fatto irruzione nella sua casa per compiere la perquisizione ha mostrato il regolare certificato medico che lo autorizzava a consumare marijuana per scopi terapeutici a causa della grave patologia della quale soffre. Ha giustificato l’autoproduzione casalinga con la motivazione che la cannabis medica ottenibile tramite la procedura legale costa troppo e non se la può permettere. Questo non è stato sufficiente per evitargli l’arresto per detenzione ai fini di spaccio di sostanza stupefacente”.

Sappiamo benissimo che, anche se legale dal 2007, la cannabis per uso terapeutico arriva in Italia solo tramite una procedura d’importazione autorizzata dal ministero della Salute. Forse le cose cambieranno adesso che è stato autorizzato alla produzione il centro militare di Firenze. Fin quando comunque no ne avremo di “produzione italiana”, chi è affetto da patologie per le quali è prevista la prescrizione di cannabis, sarà costretto a pagare cifre che raggiungono i 43 euro al grammo. Chi non può permettersi di affrontare queste spese, anche avendo una regolare prescrizione da parte del medico, è costretto a “tenersi i dolori”, ed a sopportare il peggioramento del suo stato di salute rispetto a chi, in altre parti del mondo, ha libero e facile accesso a cure che, per LEGGE, spettano a tutti i malati.

Il DIRITTO DI CURA non è un qualcosa di “opzionale”, che può variare da uno Stato all’altro. Violare tale diritto è decisamente più grave di mettere dei semi in terra ed innaffiare le piante che nascono da essi. Non è assolutamente accettabile che un malato, per alleviare le proprie sofferenze, debba rivolgersi al mercato nero o rischiare legalmente attraverso la coltivazione non autorizzata di canapa.

Come può un carabiniere (o altro rappresentante della “legge”), che dovrebbe difendere il popolo, schierarsi dalla parte di lobby che si arricchiscono sfruttando la sofferenza altrui? E’ davvero tanto difficile capire che, ciò che ci arrivano nei barattoli di Bedrocan, e che viene usato per preparare il Sativex o il Dronabinol (Marinol negli USA), è lo stesso fiore prodotto da quelle piantine che loro si ostinano a requisire e distruggere?!
In casi del genere è palese che l’accusa di coltivazione ai fini di spaccio è assolutamente una cazzata! Se dovessero formulare correttamente l’accusa dovrebbero dire: coltivazione di cannabis ai fini di “risparmio economico” che lede gli interessi di case farmaceutiche, mafia e lobby varie!

Vi rendete conto che questa è coltivazione di cannabis per “disperazione”!? Altro che spaccio!

I malati che hanno ottenuto il permesso di usarla, a meno che non la rubino, dovrebbero potersela procurare come vogliono perché, la cannabis comprata in farmacia e quella coltivata in giardino, sono ugualmente efficaci. La cose importante, è garantire il farmaco ai malati e non garantirne la vendita in farmacia!
Siamo davvero giunti ad una situazione ridicola. Servirebbe un processo contro la stupidità umana e contro l’insensibilità.
E’ come se, vivendo vicino un ruscello da cui scorre acqua pura, fossimo obbligati per legge a comprare acqua in bottiglia per dissetarci. Ma qual’è la logica seguita nello scrivere certi “leggi”?

Chissà, se potessimo riprendere coscienza delle proprietà terapeutiche dei vegetali e utilizzare solo i loro derivati fatti in casa, forse verremmo perseguitati per la coltivazione di tutte le piante, o per la raccolta di esse.

Non ci sono motivazioni valide per vietare l’uso di cannabis: è una delle sostanze meno tossiche al mondo. Non ci sono scusanti, specie in una società in cui veniamo giornalmente avvelenati da farine 00, da zucchero raffinato, da sostanze nocive usate per migliorare le produzioni agricole e zootecniche. Mi vietano di farmi “’na canna”, ma non di mangiare al Mc Donald’s tutti i giorni. E’ questo l’interesse nei confronti della salute del cittadino?

Le principali cause di malattie e morti nel mondo non hanno nulla a che vedere con la cannabis che rimane solo una pianta, ed è solo l’idiozia imperante che si ostina a vietarne la coltivazione e l’uso.

Giuseppe Nicosia (referente ASCIA Sicilia – responsabile produzioni Sicilcanapa)

Ormai, da mesi, negli USA si assiste ad un paradossale scontro tra Stato Federale, ancora fortemente “proibizionista”, ed i sistemi giurisdizionali di alcuni singoli Stati che hanno deciso di legalizzare la cannabis.

Osserviamo infatti che, nonostante la cannabis sia “vietata” dal governo federale USA, (I’insieme dei poteri pubblici che gestiscono il governo degli Stati Uniti d’America), ben 22 Stati hanno ignorato tali norme, legalizzando l’uso terapeutico di cannabis e, addirittura, 2 Stati (Washington e Colorado) ne hanno legalizzato anche l’uso “ricreativo”.

Se la cosa stupisce, non si è al corrente di ciò cha avviene oggi nel nostro Paese: in Italia, dove la coltivazione ed il possesso di cannabis è assolutamente illegale. Lo dice la nuova (si fa per dire) legge sugli stupefacenti che ha sostituito la vecchia “finigiovanardi” dichiarata, all’inizio del 2014, incostituzionale.

La nuova legge, che sposta la cannabis dalla tabella I alla tabella II delle sostanze stupefacenti (ossia diversifica la cannabis dalle droghe definite “pesanti”), in realtà non cambia molto se non alleggerire le pene stabilite per reati legati appunto alla cannabis. Discorso diverso per l’uso personale che, in teoria è tollerato, ma in pratica viene sanzionato con ritiro di patente, del passaporto e, a volte, addirittura l’obbligo di seguire un percorso al Ser.T.

Accanto a questa inconfutabile ed amara realtà, che non ha comunque impedito all’Italia di classificarsi al primo posto per il consumo di cannabis tra i paesi europei, un altro potere, forte quanto quello governativo, sembra pensarla diversamente.

Per rendere l’idea di cosa sta accadendo, riporto testualmente una sentenza molto rilevante:

Con la pronuncia num.33835, depositata il 30 luglio 2014 (ud. 8 aprile 2014), la VI Sez. penale della Corte di Cassazione (Presidente Milo, Relatore Di Stefano, P.G. D’Ambrosio) ha fatto il punto della situazione in tema di coltivazione di piante dalle quali si estraggono sostanze stupefacenti e principio di offensività in concreto.

Chiamati a pronunciarsi sulla sentenza della Corte di Appello di Sassari che aveva confermato la condanna nei confronti dell’imputato per aver coltivato piante di canapa indiana, i giudici di legittimità hanno accolto il ricorso presentato dal difensore (ricorso fondato sull’insussistenza in concreto di un fatto punibile, provata l’inoffensività della condotta, in presenza di quantità trascurabili di sostanza stupefacente destinata all’esclusivo uso personale) e hanno annullato la condanna senza rinvio.

La Corte di Cassazione ha preso le mosse ricordando il ruolo attribuito nel nostro ordinamento al principio di offensività dalla Corte Costituzionale: nella nota sentenza Corte Cost. 360/1995 i giudici della Consulta avevano distinto tra accezione astratta del principio in questione (rivolta al legislatore) ed accezione concreta (rivolta al giudice) affermando che «spetterà al giudice distinguere l’ipotesi in cui la condotta in concreto non abbia alcuna attitudine alla messa in pericolo del bene tutelato» con la conseguenza che «l’assenza di capacità drogante della sostanza coltivata rende di per sè inoffensivo il reato nel caso concreto»; ossia non è punibile la semplice detenzione o coltivazione di piante di canapa che non hanno ancora prodotto alcuna sostanza psicoattiva (che non sono in fioritura).

Ciò posto, i giudici hanno inoltre stabilito che vale la regola di necessaria sussistenza della “offensività in concreto”: ovvero, pur realizzata l’azione tipica, dovrà escludersi la punibilità di quelle condotte che siano in concreto inoffensive.

In conclusione, si legge nelle motivazioni: “L’assoluta inconsistenza della coltivazione in questione fa escludere che in concreto sia stata realizzata la lesione del bene tutelato dalla norma”.

Quindi è definitivamente stabilito che, chi coltiva una o due piante di cannabis, anche senza regolare permesso, e le suddette piante non sono in fioritura, non commette alcun illecito.

Che la situazione sia palesemente cambiata, è evidente. Occorre adesso capire quali saranno le azioni da portare avanti per cancellare definitivamente questo insensato e lesivo residuo di proibizionismo.

Giuseppe Nicosia – ASCIA

L’intervista che segue è pubblicata anche sulla rivista “Dolce Vita 54″ in uscita oggi 15 settembre e sul sito <http://www.dolcevitaonline.it>
_____________________________________________________________________

Alla ripresa dei lavori parlamentari, con l’intento di dare subito un consistente impulso al dibattito, abbiamo posto 5 domande ai firmatari delle proposte di legge sulla legalizzazione della cannabis

1 – Intendete chiedere rettifica dell’errata pubblicazione in Gazzetta Ufficiale della legge Lorenzin? Senza una circolare di riferimento è probabile e sta accadendo che le FFOO continuino sulla vecchia strada, con denunce e arresti anche per piccolo possesso di cannabis, lasciando poi la palla all’interpretazione dei giudici. E siete consapevoli che nemmeno i Sert hanno ricevuto rettifiche o indicazioni ufficiali e continuano quindi a trattare le “dipendenze da cannabis”, esattamente come se fosse ancora una “droga pesante” …e che quindi per i consumatori rischia di non cambiare nulla e di essere costretti a programmi, controlli, analisi delle urine, del capello, colloqui con gli psicologi, ecc, alla stessa stregua di chi usa eroina o cocaina?

Farina: Alla metà di giugno abbiamo presentato sul punto che sollevate una interpellanza urgente. Il governo ha risposto in aula tramite il sottosegretario Scalfarotto. Il Testo pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 20 maggio 2014 non è formalmente sbagliato ma sostanzialmente incomprensibile per i non addetti ai lavori. Diverso è il discorso per la sezione Normativa del sito del Dipartimento delle politiche antidroga. Lì è più facile sospettare il dolo. Trovo grave che il Governo Renzi abbia non confermato il precedente dirigente, Dott. Serpelloni, senza tuttavia modificarne struttura e orientamenti. Il lavoro del Dipartimento in questi anni è stato pessimo, e uso un eufemismo. Va azzerato e riprogrammato totalmente. Oppure sciolto con riattribuzione delle funzioni ai ministeri competenti. Come era prima del 2006-2008. Sulla sua attività ho presentato in questi mesi diverse altre interrogazioni.

Civati: Chiederemo chiarezza e insisteremo perché la dichiarata incostituzionalità della Fini-Giovanardi ci porti più lontano di quanto il governo non abbia saputo o voluto fare in questa prima occasione. L’opinione pubblica è pronta per un dibattito serio, che non si riduca alla difesa più o meno parziale di quello che c’è già (e non funziona) ma che provi altre strade. Ciò vale per l’Italia, ma anche nel quadro europeo e internazionale.

Ferraresi: Assolutamente si, il collega Farina ha già fatto un’interrogazione che ha ricevuto la risposta e la presa di posizione del Sottosegretario Scalfarotto. Io credo che la questione sia palese, mi auspico che intervengano subito, in caso contrario ci faremo sentire. Siamo consapevoli di queste problematiche e le affronteremo.
Colgo l’occasione per informare che abbiamo inoltre depositato una risoluzione ed una interrogazione per l’avviamento della produzione di cannabis ad uso terapeutico negli stabilimenti italiani, nonché proceduto con una visita ispettiva allo stabiluimento militare di Firenze. Attendiamo in merito, in questi giorni, la risposta del Sottosegretario

2  - La nuova formulazione dello spaccio di lieve entità, reintroduce l’infelice equiparazione tra droghe pesanti e cannabis, prevedendo una pena che va da 1 a 4 anni per tutti i tipi di sostanze, questo nonostante l’appena dichiarata incostituzionalità della Fini-Giovanardi. Considerando che l’accusa di spaccio di lieve entità è la più ricorrente tra i consumatori di cannabis, ed è la causa di maggiore detenzione penale, come pensate di risolvere la contraddizione, sollevata anche da numerosi avvocati, che si è creata, con il piano svuota-carceri?

Farina: Il nuovo comma 5 dell’art 73 del T.U. è una sciagurata mediazione della maggioranza di governo. E risponde alla volontà del Ministro Lorenzin e del Nuovo Centrodestra. Ricordo che l’intero decreto Lorenzin era inizialmente un tentativo di far rivivere la criminogena e, per me anche criminale, legge Fini-Giovanardi. Il tentativo non è riuscito ma il nuovo comma 5 è la firma di quella cultura dura a morire nonostante i fallimenti spaventosi che ha prodotto. Sono convinto che in futuro dovremo cambiare di nuovo. Conto in Parlamento, prima che torni ad essere sottoposto alla Corte Costituzionale. Cosa che mi sembra probabile.

Civati: Ci vuole un’azione di sistema, non un continuo “andare e venire” sulla questione, negando la legalizzazione della cannabis, da una parte, e continuando ad agire attraverso strumenti episodici come gli svuota-carceri.

Ferraresi: Come M5S abbiamo sollevato subito il problema in modo forte e chiaro in Commissione già al momento dell’annuncio da parte del Sottosegretario Costa di questo emendamento folle. Abbiamo continuato la battaglia con emendamenti e con interventi, purtroppo non c’è stato nulla da fare. Il Governo Giovanardi-Renzi ha colpito ancora. Porteremo avanti la necessità di ritornare alla differenziazione anche per i fatti di lieve entità in ogni occasione possibile.

3 – Negli ultimi 8 anni abbiamo visto il DPA trasformarsi da organismo scientifico in strumento di propaganda al servizio della Fini-Giovanardi, ora che la legge è stata abrogata e in virtù della nuova nomina a capo dipartimentale della dott.ssa De Rose, pensate che il DPA possa tornare alle funzioni che realmente gli competono, senza interferire ulteriormente nella ricerca scientifica con le pregiudiziali ideologiche che hanno caratterizzato fino ad oggi il suo operato? E quali controlli può esercitare il parlamento in merito?

Farina: Sugli errori e la funzione del Dipartimento ho detto precedentemente. Posso aggiungere che la nomina della Dott.ssa De Rose alla sua guida sarà oggetto di attenta valutazione. E di una richiesta di audizione quando verrà ufficializzata. Cosa che al momento non è ancora, a mia conoscenza, accaduto. Diciamo che vista la storia recente della struttura non sono particolarmente ottimista per quel cambiamento radicale che occorrerebbe.

Civati: Dopo la gestione Serpelloni va ripetuto con forza: tutti coloro che lavorano per l’antidroga devono essere al di sopra di ogni logica politica e ideologica, basandosi solo sulla analisi scientifica e su una seria verifica costi-benefici delle azioni di contrasto e di sanzione.

Ferraresi: Abbiamo forti dubbi, non ci si può attendere nulla di buono quando in questo paese le nomine prescindono dal merito e guardano solo ad ottiche politiche e opportunistiche. E’ il caso della De Rose che da una prima ricerca non sembra avere le caratteristiche per ricoprire un ruolo così delicato. Infatti la sua nomina sembra più il frutto di un accordo politico che di una valutazione di merito. Come M5S riteniamo che le nomine debbano sempre essere sottoposte a procedimenti trasparenti, con valutazione dei curriculum che devono essere resi pubblici, e soprattutto con criteri che puntino alla meritocrazia e al confronto di tutte le forze politiche. L’abbiamo appena fatto notare con la nostra proposta di nomina per i membri del CSM, purtroppo la prassi politica è ancora indietro anni luce sotto questo aspetto.

4 – quali tempi possono essere ipotizzati affinché possa essere ripreso seriamente il discorso sulla regolamentazione della coltivazione per uso personale e per arrivare ad una discussione parlamentare, con un testo unico condiviso dalle tre le forze politiche che hanno presentato una proposta di legge in materia?

Farina: Con l’approvazione del decreto Lorenzin la maggioranza di governo ritiene di aver esaurito la propria azione in materia. E infatti i testi in discussione in Commissione Giustizia della Camera sono al momento bloccati. Ho intenzione di provare a sbloccarli attraverso la proposta di un testo unificato. Per farlo ho bisogno che anche M5s depositi il suo testo annunciato a dicembre 2013 ma non ancora ufficializzato. A quel punto vedremo se esiste una maggioranza trasversale e ogni forza politica si assumerà le sue responsabilità.
Circa i contenuti va premesso che tutti i testi presentati sono di fatto superati dalle modifiche intervenute e il testo unificato dovrà tenerne conto. Questa non è la fase della regolamentazione che invece si va sperimentando in vari paesi del mondo, tuttavia è possibile intervenire su alcuni aspetti. La non punibilità della coltivazione ad uso personale è certamente la più importante. Perchè aprirebbe la strada a quelle forme associative oggi precluse, cannabis social club e altre.

Civati: Questa è una legislatura complicata, perché – nonostante la presenza di molte forze politiche che si dichiarano interessate al tema – la maggioranza di governo è molto divisa e in generale tiepida sull’argomento. È nostro impegno, in ogni caso, porre il problema fin da ora, attraverso le proposte di legge (nostre e altrui) che sono state depositate.

Ferraresi: Abbiamo attivato un percorso partecipato per la stesura di una legge che abbiamo depositato, purtroppo le cose nel frattempo sono mutate varie volte e quindi è stato necessario intervenire con modifiche di merito (alcune nostre proposte nel frattempo erano già state inserite in un decreto legge). Riteniamo che in un’ ottica di sistema non ci si possa più limitare ad un intervento generico. L’indefinitezza ha di fatto creato problemi giudiziari ai coltivatori e consumatori in questi anni, nonché ad un sperpero ingiustificato di risorse da parte della magistratura e delle forze dell’ordine, gli unici favoriti da questa situazione sono stati come al solito i membri delle organizzazioni criminali. Il problema in questo caso non sono le tempistiche, ma la condivisione del provvedimento da parte di una maggioranza parlamentare che (vista la non chiarezza del PD e la mancanza di numeri) di fatto ora non esiste, lavoreremo a questo consapevoli delle difficoltà che incontreremo.

5 – abbiamo seguito passo dopo passo l’evolversi dell’interesse sul tema della coltivazione domestica innescato dalla proposta dell’on. Farina, alla quale sono seguite quella dell’on. Civati e quella dell’on. Ferraresi, ma come consumatori ancora non ci riteniamo soddisfatti, continuando ad avere riserve su alcuni contenuti, sareste disponibili ad un tavolo di confronto con la nostra Associazione per chiarire alcuni punti che a nostro avviso sono fondamentali per garantire la sicurezza del coltivatore/consumatore?

Farina: Sicuramente sì e quanto alle forme il dibattito è aperto e credo che, entro limiti dati, la coltivazione per uso personale debba essere esente da tassazione o autorizzazione. Quel certo numero di piante deve essere un diritto del cittadino, che dovrà rimanere anche quando lo Stato deciderà di regolamentare il mercato. Cosa futura e complessa con tutti i problemi che ormai conosciamo e sui quali avremo modo di approfondire.

Civati: Certamente sì, anzi con i nostri tecnici auspichiamo un confronto, perché le proposte presentate trovino una composizione e siano oggetto di azione comune tra i gruppi.

Ferraresi: Siamo sempre favorevoli al confronto al quale non ci siamo mai sottratti accettando anche le critiche che riteniamo indispensabili. Abbiamo partecipato a tutti i tavoli a cui siamo stati invitati, saremo quindi disponibili anche per poter spiegare quei concetti e quelle ragioni difficilmente esplicabili con i nostri interventi via web che a volte possono generare incomprensioni.

A cura del Direttivo ASCIA

Mi è stato segnalato un articolo, uno dei tanti contro la cannabis, pubblicato su “Famiglia Cristiana”. Vi invito a leggerlo prima di analizzare il pensiero che segue: http://www.famigliacristiana.it/articolo/allarme-marijuana-rischi-ed-effetti-della-droga-leggera.aspx

Nel brano si leggono una serie di notizie che, come al solito, sembrano avere il solo scopo di terrorizzare chi ignora la realtà scientifica. Il pezzo si apre evidenziando che la marijuana crea dipendenza in un ragazzo su due, se fumata tutti i giorni. Vorrei precisare che la marijuana può creare dipendenza anche in un adulto, se fumata tutti i giorni, ma è una dipendenza psicologica (nessuna crisi di astinenza fisica). Quindi il problema sta nella debolezza umana e non nei principi attivi della sostanza.

Nell’articolo si legge ancora di cannabis come droga di “passaggio”. Ricordo, per la milionesima volta, che nessuna ricerca al mondo ha provato che l’uso di cannabis, favorisca l’accesso ad altre droghe e al massimo sono i protagonisti del “mercato nero delle droghe” che invogliano, chi acquista cannabis, a provare altre droghe che causano una vera dipendenza, per loro più redditizia.

L’allarme marijuana, che urla Giuseppe Remuzzi (il presidente della Società internazionale di Nefrologia) è infondato: molte altre sostanze legali creano danni maggiori. Per quel che concerne i “giovani”, ossia i ragazzi non ancora totalmente “sviluppati” (quindi prima dei 17-18 anni), nessuno di loro dovrebbe fare uso di sostanze con principi psicoattivi (ALCOL IN PRIMIS).

Verso la fine dell’articolo leggo: “La marijuana dà assuefazione a un adulto su dieci fumatori abituali, per gli adolescenti assuefarsi è molto più facile, capita a un ragazzo su sei” (ma non era 1 su 2????).
Se una persona fuma tutti i giorni assuefarsi è quasi la regola (anche se beve alcol tutti i giorni, se parli sempre al cellulare, se stai sempre connesso a FB e, soprattutto, se fumi tabacco …che è la prima causa di morte nel mondo; ma a loro interessa solo l’assuefazione alla cannabis.
E ancora: “la marijuana può dare sintomi di astinenza, come ansia, irritabilità, angoscia e perdita del sonno” come capita con qualsiasi altra dipendenza patologica – bisognerebbe istruire gli adulti all’uso consapevole e responsabile delle droghe. Mentre basterebbe insegnare ai minori ad aspettare. Questo vale per le droghe poste a monopolio, perché non fare lo stesso con la cannabis?.

Il dott. Remuzzi afferma inoltre: “Chi comincia presto, ne soffre più degli altri perché il cervello nelle fasi dello sviluppo è più vulnerabile” (aggiungerei: come per l’alcol). E se non bastasse: “l’uso di marijuana interferisce con il rendimento a scuola (se ti fai una canna prima della lezione o prima di iniziare a studiare è logico!). Così come aumenta il rischio di incidenti stradali, subito dopo che si è fumato. Naturalmente associare cannabis e alcol è ancora peggio“. A tal proposito, sapete come la penso: chi usa droghe, di qualsiasi tipo – compresi alcol e psicofarmaci – e si mette alla guida, è un gran coglione …a prescindere!

Claudio Risè, psicologo ed esperto di droghe leggere, invece dice: «L’allarme è dell’Onu: per limitarne i danni ha voluto da tempo una convenzione che vieta agli Stati coltivazione, distribuzione e vendita di cannabis» …peccato che i Paesi che non hanno rispettato queste “convenzioni”, come l’Olanda, non solo non hanno i gravi problemi che vengono terroristicamente predetti da certi “organi”, ma hanno meno consumo di cannabis rispetto all’Italia. Risè continua “I rischi più devastanti riguardano i minori, che oggi spesso incontrano lo spinello a 15 anni” …ancora il solito problema: se fosse legalizzata sarebbe più difficile l’acquisto da parte del minore che, attualmente, trova lo spacciatore sotto scuola. Inoltre, il dott. Risè è convinto che gli adolescenti rischino depressioni, psicosi e schizofrenia… mi innervosisce riscrivere che I MINORI NON DEVONO USARE CANNABIS COME NON DOVREBBERO USARE ALCOL E TABACCO e soprattutto che nessuna associazione italiana pro-legalizzazione sostiene il contrario, ma devo per forza, dato che ogni 2 righe sottolineano quanto fa male agli adolescenti!

Usando una formula simile a quella che Chiara Pelizzoni, autrice dell’articolo, ha adoperato per sottolineare l’importanza di certe affermazioni, vorrei concludere dando anche un consiglio a questi irrecuperabili tristi figuri: “in questa società è facile perdere la testa e, con questo “Stato Criminale”, anche la vita. Se non avete problemi di salute e siete adulti, usate la cannabis per rilassarvi dopo un intensa giornata di lavoro, cercando di rasserenare i vostri demoni. Sforzatevi di “pensare”, di socializzare (dal vivo), di eliminare cibo spazzatura e plastica. Fate sport e fate più spesso l’amore. Cercate di ridere tanto… anche se, per noi italiani, attualmente c’è ben poco da ridere“.

Giuseppe Nicosia – ASCIA

Il paladino ad oltranza del proibizionismo nostrano, parliamo chiaramente del sen. Giovanardi, avrà sicuramente apprezzato e applaudito alla notizia del grande rogo di cannabis operato dai jahdisti dell’Isis in nome di una non meglio identificata legge coranica! “Finalmente qualcuno che ha le palle!” deve aver esclamato il senatore, sognando anche in Italia orde di fondamentalisti (cattolici questa volta) impegnati a distruggere la fonte del male.

Non abbiamo mai avuto problemi nel detestare e condannare qualsiasi forma di fondamentalismo e ci lotteremo contro fino all’ultimo respiro, qualsiasi forma abbia, per difendere la dignità dell’individuo e la libertà di pensiero, ma magari il senatore, nella sua logica perversa che, per quanto riguarda i diritti civili, lo fanno trovare molto più vicino all’Isis che agli Stati di Diritto, potrebbe anche giustificare tutti i massacri e le esecuzioni che vengono perpetrati a causa delle diversità, siano queste religiose, etniche, sessuali, di genere o semplicemente determinate da stili di vita non omologati alla legge, sia questa coranica o meno!

Il passato si ripresenta con tutto il suo orrore e la nostra lotta sembrerebbe un’inezia in confronto a tutto quello che sta accadendo intorno a noi, ma per fortuna, a parte i problemi quotidiani con cui ognuno di noi deve convivere, il nemico più aggressivo che abbiamo in questo nostro affaticato Paese è solo il sen. Giovanardi e il suo gruppo di accoliti, e contro di loro e contro le loro idee continueremo a rivolgere le nostre forze per liberare milioni di consumatori di cannabis da spiacevoli disavventure provocate dall’idiozia del loro fondamentalismo.

Ma per fortuna in qualche parte del mondo la logica e la ragione ancora funzionano e dall’Uruguay ci viene indicato come fare per risolvere il problema che tanta difficoltà incontra nel nostro parlamento:

http://www.iltempo.it/esteri/2014/08/29/aperto-il-registro-ufficiale-dei-coltivatori-di-cannabis-1.1301229

L’Uruguay ha aperto un registro ufficiale di coltivatori di marijuana. L’iniziativa rientra nell’ambito di un programma statale per il controllo della produzione della droga. “Ho appena applicato il mio diritto civico di iscrivermi come auto-coltivatore – ha detto Juan Vaz, portavoce dell’Associazione per lo Studio della Cannabis che raccoglie più di 600 iscritti – Questo è un passo storico per coloro che hanno combattuto per molti anni per la regolamentazione della cannabis“. Vaz è il primo produttore nazionale che si è presentato presso la sede della Posta uruguayana a Montevideo, luogo scelto dal governo per facilitare la registrazione. Per iscriversi al registro non bisogna pagare nessuna tassa e bastano la fotocopia della carta di identità e il certificato di residenza o una bolletta che attesti l’indirizzo del soggetto in questione. Dopo la registrazione, l’IRCCA, l’Istituto per la regolamentazione e il controllo della Cannabis, ha 30 giorni di tempo per autorizzare la coltivazione domestica e rilasciare una licenza, che è valida per tre anni.

Non è poi così difficile trovare soluzioni logiche e condivisibili, ma l’idea di risolvere i problemi attraverso un confronto, anziché annientarli con metodi violenti, ai fondamentalisti non piace proprio!

Giancarlo Cecconi – ASCIA

Pil più alto grazie a droga e prostituzione!

Leggendo ANSA.it apprendo che tutti i Paesi Ue, compresa l’Italia, procederanno ad aggiornare gli indicatori grazie ai quali si calcola il prodotto interno lordo (Pil). Tra tali indicatori, verranno inserite nella stima le attività illegali, come traffico di sostanze stupefacenti e prostituzione. La conferma arriva da Enrico Giovannini dell’Istat, che sta curando l’operazione. La novità sarà inserita a partire dal settembre 2014, in coerenza con le linee Eurostat. Questo segnerà il passaggio ad una nuova versione delle regole di contabilità, tanto in Italia come in gran parte dei Paesi Ue. Secondo l’Istat si tratta di una novità che rientra nelle modifiche condivise a livello europeo e connesse al necessario superamento di “riserve”, relative all’applicazione omogenea tra paesi Ue degli standard già esistenti. 

Sottolinea l’Istituto che, tra le riserve trasversali avanzate ce ne è una, con rilevanza maggiore, in quanto, appunto, riguarda l’inserimento nei conti delle attività illegali, che già il precedente sistema dei conti nazionali, datato 1995, aveva previsto, in ottemperanza al principio secondo il quale le stime devono essere esaustive, cioè comprendere tutte le attività che producono reddito, indipendentemente dal loro status giuridico. 

L’Istat riconosce come la misurazione dei proventi delle attività illegali sia molto difficile, per l’ovvia ragione che esse si sottraggono a qualsiasi forma di rilevazione, e lo stesso concetto di attività illegale può prestarsi a diverse interpretazioni. Ecco che, allo scopo di garantire la massima comparabilità tra le stime prodotte dagli stati membri, Eurostat ha fornito linee guida ben definite. Le attività illegali di cui tutti i Paesi inseriranno una stima nei conti (e quindi nel Pil) sono: traffico di sostanze stupefacenti, servizi della prostituzione e contrabbando (di sigarette o alcol). 

Quindi viene circoscritto il range per mettere a punto una stima del valore di tali attività. A riguardo può essere utile ricordare come l’Istat già inserisca nel Pil il sommerso economico che deriva dall’attività di produzione di beni e servizi che, pur essendo legale, sfugge all’osservazione diretta in quanto connessa al fenomeno della frode fiscale e contributiva. 

Le ultime stime dedicate risalgono al 2008, e indicano come il valore aggiunto prodotto nell’area del sommerso sia compreso tra un minimo di 255 e un massimo 275 miliardi di euro. Il peso dell’economia sommersa è quindi stimato tra il 16,3% e il 17,5% del Pil.
Federconsumatori e Adusbef hanno commentato così la notizia: ”Una trovata di cattivo gusto, che eleva le attività illegali in mano alle mafie, al rango di produttrici di ricchezza nazionale”. ”Oltre che dal punto di vista statistico, l’errore appare intollerabile soprattutto dal punto di vista etico”, aggiungono Rosario Trefiletti, presidente di Federconsumatori, ed Elio Lannutti, a capo dell’Adusbef.
Eppure, nonostante questo capitale derivi da attività illecite, delle quali si ha solo una stima forfettaria ottenuta analizzando i dati delle operazioni e dei sequestri operati dalle FF.OO., questi soldi tornano a circolare nella nostra società. Cercherò di essere più esaustivo parlando specificatamente del mercato delle droghe illegali: lo spacciatore, con i proventi della vendita illegale di droga, compra lo scooter e l’auto, compra vestiti e fa la spesa per la famiglia. Così il grossista che fornisce gli spacciatori che, avendo più capitale a disposizione, compra case e attività commerciali. Il narcotrafficante che fornisce i grossisti, altre a vestiti, cibo, auto e case, paga le mazzette per aggiudicarsi le gare d’appalto, corrompe politici, stipendia scagnozzi che lo proteggano e cha fanno i “lavori sporchi”.
Insomma, è inevitabile: il mercato illegale della droga, al pari di quello della prostituzione, immette capitale nella nostra società. L’unica cosa che non quadra è perché, riconosciuto non solo il potenziale economico, ma anche la stabilità di questi “mercati illegali”, non pensare seriamente a regolamentare il tutto e spostare così questi capitali dalle mani del crimine, a quelle di rispettabili cittadini disposti a farne un attività lecita?
Continuiamo a nasconderci dietro falsi perbenismi, ma la realtà è un altra anche se non la vogliamo accettare: la verità sta nel cassetto di oltre 10 milioni di italiani, accanto a cartine lunghe, carta filtro e accendino. La verità è quel profumo che senti quando passi accanto a quella comitiva di giovani che, senza ledere nessuno, appartata lontano da occhi nemici, chiacchiera del più e del meno, e sorride ottimista nonostante le catastrofiche previsioni dei media, grazie ad un joint.
La verità e che, se la cerchi, la trovi ovunque. La verità è che la paghi cara e spesso fa schifo. La verità è che lo Stato è fuori da quell’immenso giro d’affari.

Che faranno i nostri politici? Forse esulteranno perché il Pil risulterà in rialzo grazie proprio al calcolo dei probabili proventi, incassati dalle “mafie” e spesi nella nostra società. Ma non dovrebbero seriamente iniziare a regolamentare il tutto per risollevare davvero la nostra economia? Per chi teme che, da legalizzata, la “droga” possa diffondersi ovunque: è già successo! …adesso bisogna correre ai ripari abolendo definitivamente lo stupido proibizionismo che ha causato il sovraffollamento carcerario, il rallentamento della “macchina giuridica”, lo spreco di capitale e di risorse umane, l’arricchimento di associazioni criminali; senza peraltro impedire realmente a nessuno, neppure ai ragazzini, di comprare tutta la droga che vogliono.

Giuseppe Nicosia – ASCIA

Cari soci, sostenitori e simpatizzanti, ci prendiamo po’ di pausa anche noi.

Riprenderemo con la solita costante informazione a settembre, alla ripresa dei lavori parlamentari, con l’intento di stimolare le forze politiche che hanno presentato una proposta di legge per la regolamentazione della coltivazione domestica, perché ci sia un’accelerazione verso un obiettivo ormai condiviso da molti parlamentari in linea trasversale.

A settembre si svolgerà anche l’Assemblea Generale di ENCOD, alla quale ASCIA parteciperà per portare il suo contributo ad una lotta che si profila di carattere continentale.

Ci rilassiamo un po’ per riprendere la battaglia con ancora più energie, ma saremo pronti ad informarvi qualora dovessero esserci notizie importanti.

Buon “relax” a tutti voi.

Direttivo ASCIA

Solo negli ultimi due mesi papa Francesco ha lanciato due anatemi contro l’uso di qualsiasi sostanza illegale, con un accenno, neanche tanto velato, nei confronti della cannabis e ai pericoli derivanti dal suo uso.

Probabilmente il santo padre è rimasto sconcertato dalle politiche che in America Latina prevedono una legalizzazione per combattere il narcotraffico e monitorare il consumo, ma si sa che la chiesa ha sempre preferito interferire in qualsiasi contesto e abbracciare lotte ideali e non concrete, specialmente ogni volta che si è trattato di diritti civili.

Al sommo pontefice sfugge il problema reale, come sono sfuggite sempre a tutti i papi, le questioni riguardanti gli stili di vita delle persone e le scelte derivate dalle coscienze non uniformate all’insegnamento cattolico e per fortuna, almeno i roghi per punire i dissidenti e i trasgressori sono stati aboliti!

 

In questo contesto polemico, abbiamo visto con simpatia l’iniziativa dei canapicoltori molisani, che se non altro è servita a far capire a papa Francesco che la canapa è un dono del creatore (chiunque esso sia) e che non può essere demonizzata:

In occasione della visita papale in Molise, i canapicoltori della regione hanno voluto mettere in campo una serie di azioni volte a stimolare una riflessione interiore, onesta e priva di pregiudizi in chi vede ancora nella canapa unicamente una fonte di droga. Un messaggio, scritto a mano su carta di canapa, è stato consegnato al papa. Questo il sunto del messaggio: “Il mondo delle multinazionali e la logica utilitarista, non attenta alle sorti del mondo, ha per decenni affaticato la terra intaccando la dignità delle persone che la lavorano. Noi crediamo che la rinascita di un mondo nuovo più giusto e meno crudele, fatto di persone che vivono in armonia, debba necessariamente ripartire dalla tutela della Terra e dal rispetto del prossimo …la coltura della canapa ha segnato per secoli, un po’ come quella dell’Ulivo, il destino delle più grandi civiltà offrendo prosperità, grazie ai suoi tantissimi derivati, e lavoro. Gli agricoltori e i nostri giovani sono il più grande presidio del territorio, essi lo tutelano e se ne prendono cura dando speranza in un futuro migliore. Lo spopolamento delle campagne rappresenta un dramma al quale noi vogliamo opporci con tutte le nostre forze.”

L’iniziativa, nata quasi per scherzo a seguito di contestazioni sugli addobbi in occasione della festa del corpus domini, ha tra i suoi ideatori Rosario Scotto di Sativa Molise che ci racconta dell’evento: “Abbiamo donato un saio in tessuto di canapa a Papa Francesco. Il saio è stato ricavato da una stoffa vecchia più di 100 anni. Abbiamo poi addobbato il retro del palco del vecchio Romagnoli di Campobasso, dove il Papa ha celebrato la SS. Messa, con piante di canapa. L’organizzazione ha dato il via libera alla proposta di posizionare alcune piante alle spalle del palco, per realizzare una parete in sintonia con la natura. Così quaranta vasi, contenenti circa 100/120 piante ognuno, altre anche oltre 2 metri, sono state posizionate dietro il palco. Sono stati allineati 80 metri di canapa (circa 4000/5000 piante) per formare un muro verde. E’ stata un esperienza unica, oserei dire storica. Fino a ieri una cosa del genere non era neanche immaginabile. Siamo convinti che la canapa sia un formidabile strumento per il rilancio dell’agricoltura sostenibile, grazie al suo positivo effetto sull’ambiente e all’altissima qualità dei prodotti naturali che da essa si possono ricavare. C’è da rimuovere non pochi ostacoli, non pochi pregiudizi, molta ignoranza, ma una volta rimossi sarà una strada sgombra e in discesa.
L’impegno della nostra associazione, insieme a molte altre realtà presenti in tutta Italia, è il riscatto di questa coltura che è anche cultura. Pensiamo che essa possa offrire un modello nuovo, che affonda le sue radici in tempi antichissimi, e che possa concorrere alla diffusione di modelli di sviluppo molto più etici e sostenibili
”.

Complimentandomi personalmente con Rosario Scotto per la “santissima iniziativa”, sottolineo e condivido un appello alla collaborazione, rivolto a tutti coloro interessati al rilancio della coltivazione della canapa in Italia, e alla filiera ad essa dedicata.

Giuseppe Nicosia – ASCIA